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Cile, chi ha paura del lupo "neoliberista"

Il "neoliberismo" fa paura a tutti in Europa. Papa Francesco, di ritorno dal viaggio in Cile e Perù ribadisce che in America Latina le politiche liberali "hanno portato alla più grande povertà". Eppure il paese che ha per primo adottato politiche liberali è stato il Cile. E i risultati sono decisamente migliori rispetto a quelli dei suoi vicini.

Santiago, grattacieli

«Dobbiamo studiare bene i casi delle politiche liberali. Alcuni Paesi in America Latina hanno attuato politiche liberali che li hanno portati alla più grande povertà. Non saprei che cosa rispondere, però in generale una politica liberale che non coinvolga tutto il popolo, è selettiva e porta giù. Il caso del Cile non lo conosco, ma in altri Paesi la cosa porta giù». Così Papa Francesco ha risposto alla domanda di Catherine Marciano nel corso del volo di ritorno dal viaggio in America Latina.
L'invito del Papa ad approfondire il caso del Paese andino appare prezioso. Conoscere per deliberare: regola aurea e che sembra essere particolarmente rilevante nel caso specifico.

Non vi è dubbio infatti che quello cileno rappresenti un caso paradigmatico. Nella decade a cavallo del 1980, sotto la guida dei "Chicago boys", gli allievi del Premio Nobel  Milton Fridman, vennero adottate una serie di riforme economiche che modificarono radicalmente l'assetto preesistente  e che portarono a una progressiva limitazione dell'interferenza della politica nella vita economica, lasciando maggior spazio alla iniziativa delle imprese e alla responsabilità individuale delle persone. Riduzione delle barriere doganali, privatizzazione di imprese pubbliche, una rigorosa politica di bilancio, una più lieve regolamentazione di società, credito e lavoro, l'adozione del "buono scuola": nel volgere di pochi anni il Cile ha scalato le posizioni delle classifiche della libertà economica e dall'inizio degli anni '90 si trova stabilmente nelle prime posizioni. Il debito pubblico è stato ridotto tra il 1990 ed il 2010 dal 40% al 10% del PIL. Spesa pubblica e entrate fiscali sono attualmente di poco superiori al 20% della ricchezza prodotta.

Nel periodo successivo alle riforme la crescita economica del Paese è risultata più che doppia rispetto ai 70 anni precedenti: dal 2% si è passati al 4% per anno.

Ma i ricchi sono diventati sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri? No. Tra il 1990 ed il 2006 la quota di persone che vive in condizioni di povertà è diminuita dal 39% al 14%  e la povertà assoluta si è ridotta dal 13% a meno del 5%.

Forse, ancor più significativo del confronto tra il periodo precedente e quello successivo alle riforme liberiste, è il paragone con gli altri Paesi dell'America Latina che non hanno condiviso lo stesso processo. Nel 1975, dopo un brusco crollo nell'ultimo lustro, il reddito procapite del Cile era di poco superiore a quello del 1950 ed inferiore di un terzo a quello degli altri Paesi. Da quel momento, fatta eccezione per il biennio 1982-83, il divario è andato riducendosi e nei primi anni '90 è avvenuto il sorpasso. Nel 2010 il prodotto interno lordo procapite nel Paese andino ha sfiorato i 12mila dollari a fronte di una media degli altri Paesi intorno ai 9mila.  
In parallelo si è allargata la forbice relativa al tasso di povertà che negli altri Paesi è declinata molto più lentamente (nel 2006 era di poco inferiore al 40%).
Da ultimo, si deve ricordare la completa privatizzazione del sistema pensionistico con l'introduzione di un sistema a capitalizzazione: ogni lavoratore versa i propri contributi - il 10% del salario - su un conto personale che viene affidato in gestione a un fondo; lo stato interviene per via sussidiaria esclusivamente con l'integrazione delle pensioni di coloro che al termine della propria vita lavorativa non hanno accumulato fondi sufficienti per raggiungere l'importo minimo previsto dalla legge. I rendimenti finora sono stati di tutto rispetto: l'8%  oltre l'inflazione. La politica, con le sue promesse impossibili da mantenere nel lungo periodo e il successivo interminabile tira e molla per cercare di porre rimedio allo squilibrio generato, è rimasta quasi completamente fuori dalla porta.

Insomma, a guardarlo da vicino il lupo (neo)liberista non sembra poi così cattivo. Anzi, a giudicare dai frutti, possiamo a ragion veduta dire che da quel modello noi europei, da decenni abituati a vedere crescere spesa pubblica, pressione fiscale, regolamentazione e debito avremmo molto da imparare.