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Corte suprema, c’è un problema tra i “conservatori”

La Corte suprema ha votato 5-4 per il blocco temporaneo dell’attuazione di una legge della Louisiana che richiede minimi standard medici per i centri abortivi. Ago della bilancia è stato Roberts, che ha votato con i liberal, minando l’idea di una maggioranza “conservatrice”. Insieme alle luci e ombre di Kavanaugh, questo fatto conferma che per il momento è improbabile pensare a un ribaltamento della Roe contro Wade.

In teoria, secondo la classificazione che va per la maggiore negli Stati Uniti, alla Corte suprema ci sono oggi cinque giudici conservatori (il presidente John Roberts, Clarence Thomas, Samuel Alito, Neil Gorsuch, e l’ultimo arrivato, Brett Kavanaugh, il cui mandato ha avuto inizio il 6 ottobre 2018) e quattro liberal (Ruth Ginsburg, Stephen Breyer, Sonia Sotomayor, Elena Kagan). Nella realtà, però, le cose sono più complesse del suddetto schema e purtroppo bisogna registrare che è proprio l’apparente maggioranza “conservatrice” conseguita con la ratifica della nomina di Kavanaugh - maggioranza da cui ci si aspetterebbe la difesa del diritto naturale - ad aver per così dire ceduto parte dei suoi voti alla fazione liberal: da dicembre a oggi è già avvenuto in due casi concreti, per la delusione del fronte pro vita.

L’ultimo deludente voto porta la data del 7 febbraio, quando la Corte suprema ha votato 5-4 per il blocco temporaneo dell’attuazione di una legge della Louisiana che richiede minimi standard medici per i centri abortivi, a tutela della salute delle donne. Nell’occasione è stato il giudice Roberts a fare da ago della bilancia, schierandosi con il fronte progressista e decidendo di accogliere la richiesta degli abortisti di rimandare l’esecuzione della normativa. La legge in questione (Act 620, detto anche Unsafe abortion protection Act) risale al 2014 quando ha avuto come suo primo sponsor Katrina Jackson, una democratica sui generis poiché vicina alle idee pro life: nello specifico prevede che i medici operanti nei centri abortivi della Louisiana siano in grado, in caso di gravi complicazioni conseguenti al procurato aborto, di organizzare il ricovero della donna in un ospedale distante non più di 30 miglia (ottenendo ciò che negli Usa si chiamano admitting privileges, ossia il diritto per un medico di far accedere un proprio paziente in un dato ospedale).

Prima del voto dei giudici supremi, questa legge di comune buonsenso era stata sostenuta nel settembre 2018 da un panel del Quinto Circuito della Corte d’appello, che con un voto di 2-1 aveva ribaltato lo stop imposto l’anno precedente dal giudice distrettuale John deGravelles, il quale aveva motivato la sua opposizione all’Act 620 ravvisandone la somiglianza con una legge del Texas già revocata dalla Corte suprema nel 2016, con la sentenza nota come Whole Woman’s Health contro Hellerstedt, considerata disastrosa dai vari movimenti pro vita americani. Va detto che la legge texana conteneva standard medici più stringenti, cioè più indigesti per l’industria abortista, rispetto a quella della Louisiana oggi in discussione: e curiosamente, in quel caso, Roberts aveva sostenuto la normativa del Texas, votando nel verso giusto. Stavolta ha invece votato male, decidendo per il rinvio della nuova entrata in vigore dell’Act 620.

La partita in questione non è comunque ancora chiusa perché si tratta di un rinvio provvisorio. In pratica la legge potrebbe entrare in vigore nel giro di alcuni mesi se la Corte suprema dovesse decidere di esaminarla nel merito, votando a favore (sarebbe la soluzione più auspicabile, specie se si arrivasse a un ribaltamento della sentenza Hellerstedt), oppure se respingesse a monte la richiesta di certiorari proveniente dai pro aborto.

Al di là del destino che avrà la legge della Louisiana, va notato che Kavanaugh si è opposto - insieme a Thomas, Alito e Gorsuch - al rinvio (emesso attraverso un ordine non motivato) ed è stato l’unico a scrivere un’opinione dissenziente, incentrata però soprattutto su aspetti tecnici e in cui in sostanza ha dato un colpo al cerchio e uno alla botte: il neo giudice supremo ha argomentato infatti che l’Act 620 poteva nel frattempo essere applicato (in virtù del fatto che è previsto un regime di transizione di 45 giorni) ma sostenendo subito dopo la tesi di Planned Parenthood e soci, consistente nel definire un «onere indebito» l’eventuale incapacità dei dottori abortisti di soddisfare gli standard di sicurezza medica previsti dalla legge stessa (appunto la garanzia di un eventuale ricovero d’urgenza in un ospedale entro le 30 miglia).

Kavanaugh, e con lui (ancora) Roberts, aveva deluso il mondo pro life anche a dicembre, votando insieme ai giudici liberal e rifiutando di esaminare gli appelli del Kansas e della Louisiana, con i quali i due Stati cercavano di tagliare i fondi pubblici che la Planned Parenthood riceve attraverso il programma federale Medicaid. Allora era stato il giudice Thomas a scrivere un’opinione di dissenso - cui si erano associati Alito e Gorsuch - nella quale chiedeva amareggiato: «Cosa spiega il rifiuto della Corte di fare il suo lavoro qui? Sospetto che abbia qualcosa a che fare con il fatto che alcuni convenuti in questi casi si chiamino “Planned Parenthood”». Sempre Thomas rilevava che questo venir meno della Corte alla sua funzione giudicante è «particolarmente fastidioso» poiché nella fattispecie non si trattava nemmeno di pronunciarsi sulla legalità dell’aborto in sé ma solo sull’opportunità che dei fondi pubblici vadano, in concreto, a organizzazioni il cui business è basato principalmente sull’aborto.

Certamente va ricordato che Kavanaugh non era un candidato gradito all’industria abortista, che ha tentato di macchiarne la reputazione, ma nemmeno può essere considerato un campione del diritto naturale perché anche in altre occasioni - prima del suo approdo alla Corte suprema - aveva dato mostra di avere come principio guida più i precedenti giurisprudenziali che la predilezione del bene oggettivo. Forse era la migliore scelta possibile alla luce delle contingenze, ossia la situazione americana prima delle elezioni di midterm del 2018 quando i repubblicani avevano una maggioranza di 51-49 in Senato e due esponenti (Susan Collins, che alla fine ha votato per lui spiegando il perché, e Lisa Murkowski, che ha votato contro) pronte a opporsi a qualsiasi candidato alla Corte suprema che si sapesse desideroso di ribaltare la Roe contro Wade. Per l’appunto, fin qui, il suo curriculum da giudice suggerisce che è una via di mezzo.

Anche il primo giudice supremo nominato da Trump, Neil Gorsuch, che nei due casi qui citati (a ben guardare da minimo sindacale) ha votato bene, deve ancora sostanzialmente guadagnarsi la fiducia dei pro life americani, anche perché pure lui dà molto peso (sebbene non assoluto) alla giurisprudenza e ha evitato di rispondere direttamente sulla Roe contro Wade limitandosi a dire che è un precedente riaffermato più volte da altre sentenze e in quanto tale meritevole di essere considerato da un giudice.

In breve appare per ora improbabile che con l’attuale composizione della Corte suprema possa verificarsi il sospirato ribaltamento della famigerata sentenza abortista del 1973. Come dire che per il movimento pro life americano, il quale sta comunque trovando in Trump un alleato, c’è ancora tanto lavoro da fare.