• BAMBINI DA PROTEGGERE

Cultura della morte vs vita, divampa la battaglia negli Usa

Dopo la legge dello Stato di New York che consente l’aborto fino alla nascita, il Partito democratico continua a promuovere disegni normativi simili in altri Stati. Uno dei più radicali è quello del Massachusetts, che intende cancellare dal testo sull’aborto i termini «madre» e «bambino non nato». Intanto, in Georgia, Kentucky, Mississippi, Ohio e Tennessee i repubblicani cercano di far passare delle leggi che vietino l’aborto dal momento in cui è rilevabile il battito del cuore; e a livello federale tentano di vietare l’infanticidio, che ormai fa parte dell’agenda del Partito democratico.

Continuano a essere giorni caldissimi negli Usa sul fronte della battaglia pro e contro la vita, ed entrambi gli schieramenti non lesinano proposte di legge riguardanti o i singoli Stati o l’intera federazione. Nonostante gli intensi sforzi pro life, la cultura della morte ha fatto dei passi avanti al limite dell’immaginabile, come ricorda la legge approvata a gennaio nello Stato di New York, a netta maggioranza democratica, che consente di abortire fino alla nascita adducendo di fatto qualsiasi ragione, giocando sul significato vastissimo assunto dal termine “salute”.

Un disegno di legge molto simile, sempre di matrice democratica, ha superato il primo step in Vermont, un altro ancora è stato avanzato nel Rhode Island, mentre è di questa settimana la notizia - positiva e inattesa - del naufragio al Senato del New Mexico, con un voto di 18-24, di una proposta radicale che aveva già ricevuto il sì della Camera. Se fosse stata approvata, sarebbe passato anche qui l’aborto libero fino alla nascita insieme allo smantellamento dell’obiezione di coscienza. Il naufragio è stato possibile grazie ai voti di 8 democratici, in dissenso rispetto alla linea del proprio partito, che si sono aggiunti a quelli di tutti e 16 i senatori repubblicani: evidentemente gli 8 democratici dissidenti hanno capito che si stava superando ogni limite. Ricordiamo che la legge firmata a New York dal governatore Andrew Cuomo, sostenuto da Hillary Clinton, così come diverse proposte “gemelle” negli altri Stati, eliminano l’obbligo di assistenza medica per i bambini sopravvissuti a un tentato aborto spalancando la porta all’infanticidio.

Nel commentare l’HB 2491 della Virginia, per ora in stand-by, lo stesso governatore Ralph Northam, anche lui democratico, aveva destato scandalo chiarendo che sarebbe stato lecito far morire il neonato nel caso la famiglia non desiderasse rianimarlo. Ci sono inoltre da registrare altri progetti estremi in Illinois e Massachusetts. Ci soffermiamo proprio sulla proposta di legge di quest’ultimo Stato perché è emblematica dell’abilità degli abortisti nel manipolare un particolare aspetto: il linguaggio.

Con il cosiddetto Roe Act (Remove obstacles and expand abortion access), un nome che è già un programma (mortale), si vogliono far scomparire dall’attuale normativa sull’aborto due termini precisi: «madre» e «bambino non nato».

La legge finora in vigore nel Massachusetts (dove vi è una schiacciante maggioranza democratica alle camere e un governatore repubblicano pro choice, cioè Charlie Baker, nella foto in alto mentre firma un precedente atto abortista), infatti, definisce così l’aborto procurato: «La distruzione consapevole della vita di un bambino non nato o l’espulsione o rimozione intenzionale dal grembo materno di un bambino non nato». E così la gravidanza: «La condizione di una madre che porta un bambino non ancora nato».

Il Roe Act propone invece questa definizione di aborto procurato: «Ogni trattamento medico inteso a provocare la cessazione di una gravidanza clinicamente diagnosticabile». Ed ecco la proposta definizione di gravidanza: «Significa la presenza di un embrione o feto umano impiantato nell’utero di una persona».

Insomma: i paladini della “libertà di scelta” ricorrono ai più diabolici sotterfugi linguistici pur di cancellare dalle menti l’idea che in ogni aborto ci sono in gioco una «madre» e un «bambino non nato», la prima da chiamare al più «persona» (stesso giochino fatto a New York) e il secondo da chiamare al massimo «embrione», «feto» o, come capita spesso, «grumo di cellule». La realtà, un bambino innocente ucciso, non cambia, ma il linguaggio manipolato aiuta ad assuefare le coscienze al male.

Come accennato, ci sono pure fermenti positivi, e non si tratta solo della sorpresa nel New Mexico. In almeno cinque Stati - Georgia, Kentucky, Mississippi, Ohio e Tennessee - il fronte pro life ha avanzato delle proposte che restringerebbero fortemente le maglie dell’aborto, vietandolo in linea di massima dal momento in cui è rilevabile il battito del cuore del bambino in grembo: certo, il fine deve essere sempre difendere la vita fin dal concepimento, ma se entrasse in vigore una legge così gli aborti subirebbero una drastica riduzione (rimarrebbero comunque quelli “invisibili”, causati dalla falsamente detta “contraccezione d’emergenza”). In Kentucky questo tipo di proposta - sebbene purtroppo con le solite “eccezioni” che vengono poi usate contro il nascituro - è già stata approvata dalle due camere e il governatore repubblicano Matt Bevin si è detto pronto a firmarla.

La nota dolente, come avvenuto con leggi simili in altri Stati federati, è che fin quando non vi saranno dei giudici federali disposti a basare il loro giudizio sul bene comune e non sul precedente giurisprudenziale - la sentenza Roe contro Wade (che di suo era ed è priva di fondamento, andando contro il più elementare e basilare dei diritti, ossia quello alla vita) - leggi come quelle del Kentucky, che cercano di salvare bambini prima ancora che abbiano raggiunto la capacità di vivere fuori dal grembo materno, verranno cassate. Beninteso, questi tentativi legislativi sono necessari (anche a livello culturale) e hanno proprio il fine di giungere un giorno davanti alla Corte Suprema e ribaltare la famigerata sentenza del 22 gennaio 1973, prima della quale ognuno dei 50 Stati americani non aveva l’obbligo di consentire l’aborto nel proprio territorio.

Proprio questo fatto ricorda quanto sia pretestuoso il comportamento del Partito democratico, che oggi giustifica le sue spinte estreme con il timore che la Roe contro Wade possa essere annullata: 1) ciò non comporterebbe (purtroppo) alcun divieto automatico dell’aborto a livello dei singoli Stati, che a parità di condizioni tornerebbero ad avere la libertà di disciplinare autonomamente la materia; 2) è difficile pensare a un annullamento della Roe contro Wade con l’attuale composizione della Corte Suprema (salvo conversioni), meno “conservatrice” di quanto si pensi.

Riguardo al livello federale, i repubblicani stanno provando ancora a far passare la legge contro l’infanticidio, il Born-alive abortion survivors protection Act, che obbligherebbe gli operatori sanitari a garantire la necessaria assistenza ai bambini sopravvissuti a un fallito aborto. E i democratici continuano incredibilmente a opporsi. Alla Camera, dove la Pelosi e compagni godono di una netta maggioranza, sono già andati a vuoto 18 tentativi del partito di Donald Trump di rafforzare le protezioni per i neonati, cui va aggiunto il tentativo più specifico fatto in Senato.

La nuova idea del Gop è quella di arrivare al voto alla Camera (finora i dem hanno bloccato tutto a livello di Rules Committee, la Commissione per le regole) proponendo una discharge petition, cioè una procedura così spiegata al Daily Signal dalla repubblicana Cathy McMorris Rodgers. «Devi avere 218 persone [la maggioranza alla Camera, composta da 435 membri, ndr] che firmino la discharge petition, e allora puoi bypassare la speaker Nancy Pelosi e portare il disegno di legge direttamente in aula». Questo significa che oltre alle firme di tutti i 197 rappresentanti repubblicani alla Camera servono quelle di almeno 21 democratici disposti ad andare contro la linea del proprio partito, appunto sempre più schierato in favore dell’infanticidio (linguisticamente camuffato, ci mancherebbe…). Assisteremo a questo sussulto di coscienza?