• IL FENOMENO

Don Enzo canterino e il vuoto sotto la pop theology

Un prete che canta l'ultima canzone dei Maneskin con tanto di videoclip. E' la mania degli evangelizzatori pop. Ma non ci si accorge che si parla non con il linguaggio dei giovani, ma con quel linguaggio che un certo mondo vuole che i giovani parlino. I quali hanno in cuore il desiderio di uscire da se stessi, non grazie alle proprie buone azioni, ma perché un Altro ti prende e ti porta.

Dopo #salviamolechiese e #salviamolamessa, toccherà pensare ad un #salviamoifedeli. Se avrete la pazienza di guardare questo video, capirete il perché. Allora, quello che vedete è un prete vero, che di solito non porta la talare; anzi non porta nemmeno un segno di riconoscimento del suo essere sacerdote, come potete vedere dalla sua pagina facebook, nella foto che lo ritrae a Castelluccio di Norcia. Ma, si sa, nei videoclip la talare è più fashion...

Si tratta di don Vincenzo Prato, conosciuto come don Enzo, parroco di Vasanello, in provincia di Viterbo, ma diocesi di Civita Castellana. Don Enzo, sessantenne, con capigliatura da fare invidia a un ragazzino, tanta è la cura che gli presta, è ben conosciuto in paese e oltre per le sue performance originali, come quando, poco più di tre anni fa, “sequestrò” un gruppetto di suore nella chiesina di Greccio, per cantare e far cantare “Essere umani” di Marco Mengoni (vedi qui)

Dopo Mengoni, i Maneskin; dopo una schitarrata, un vero e proprio videoclip, con tanto di ragazzina quattordicenne che danza, lasciando intravedere un po’ troppa roba. Ma si vede che va bene così, perché don Enzo continua a stare lì, a Vasanello, a fare il parroco dal 1990, nonostante la sua abitudine di prendere la chitarra, anche a Messa, ed “evangelizzare” nello stile della cosiddetta teologia pop.

Ormai anche gli “evangelizzatori pop” hanno trovato il loro pastore, nella persona di mons. Antonio Staglianò, vescovo di Noto, in una Chiesa che ormai sembra agire secondo la strana linea pastorale del tot capita, tot sententiae

Staglianò, dicevamo, le cui prestazioni spopolano su internet (provare per credere), ci spiega che “è superortodosso citare testi di canzonette nelle prediche, se le canzonette danno la possibilità di parlare della Rivelazione di Dio” (si veda qui il suo intervento su TV2000). E così la canzone di Mengoni “Essere umani” che canta “l’amore, amore, amore ha vinto, vince e vincerà” diventa l’occasione per riferirsi a san Paolo. I “cattolici convenzionali”, secondo mons. Staglianò, vanno in Chiesa e non capiscono niente della Parola di Dio; pregano, ma non traducono la propria vita in scelte concrete di amore e di amicizia, di attenzione a chi è nel disagio.

La teologia pop sarebbe una specie di terapia d’urto per risvegliare questi svogliati cattolici convenzionali. Come? Mostrando, attraverso le canzonette, che sono il linguaggio dei giovani, “l’umanità bella e buona” di Gesù di Nazareth, il senso di giustizia, amore e fratellanza che Egli ha portato. La Chiesa avrebbe abbandonato i giovani perché continua a guardare nostalgicamente al passato, ai riti, alle dottrine; occorre invece che la Chiesa si dia “uno smalto cristiano”; bisogna passare dall’essere cattolici all’essere cristiani (sic!) Le omelie a suon di canzonette sarebbero questo smalto; il tutto ovviamente, tiene a precisare il Vescovo, in ossequio all’esortazione di papa Francesco di uscire dagli schemi precostituiti.

Questo è più o meno il pensiero di Staglianò e della sua teologia pop. Il minimo che si possa dire è che non c’è niente di nuovo in questa “pastorale” (vocabolo che ormai è diventato il contenitore di qualsiasi stravaganza). E’ dagli anni Settanta che molta “pastorale giovanile” ha investito risorse nel parlare come parlano i giovani, inventandosi catechesi con i brani di canzoni di musica leggera. Risultato? E’ quello che lo stesso mons. Staglianò ha ricordato: zero. Chiese sempre più vuote di giovani. Di che stupirsi?

I giovani rimangono fino a quando non si stufano, come si fa per tutte le cose. All’inizio la novità attira (è questa che attrae, Eccellenza, non il resto...), dopo stanca e così si cerca qualcos’altro di più nuovo. Se si accetta di entrare nella logica del fuoco di paglia, non ci si può aspettare qualcosa di duraturo. Bisogna avere molta onestà per riconoscere che invece il ritorno dei giovani alla fede si riscontra nelle proposte forti, nelle realtà in cui il senso di Dio non è stato stravolto e dove Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, con tutta l’esigenza della sua persona e del suo appello, non è stato messo nella logica delle hit-parade. Resta poi la libertà dei giovani di mettersi o non mettersi in gioco, come il giovane ricco del Vangelo.

E poi bisognerebbe una buona volta domandarsi se quella che presentiamo è “l’umanità bella e buona” di Gesù, o è piuttosto un Gesù Cristo a nostra immagine e somiglianza, o almeno secondo la misura di quello che noi riusciamo a capire e desiderare. Il guaio è che noi vogliamo che i giovani tornino in chiesa e per questo siamo pronti a parlare non il loro linguaggio, ma quel linguaggio che un certo mondo vuole che i giovani parlino; non ci rendiamo conto che dietro certe parole “comuni” ci sono significati diversi e che a furia di parlare di “amore, amore, amore” sine glossa, abbiamo finito per buttare in pasto a chiunque una parola che ci comunica la natura stessa di Dio e che perciò richiede di trascendere le nostre categorie troppo umane, quando non sub-umane. I giovani, non in quanto sottocategoria del vocabolario curialese, ma in quanto uomini hanno in cuore il desiderio di uscire da se stessi, di trascendersi, non grazie alle proprie buone azioni, ma perché un Altro ti prende e ti porta “dove tu non vuoi” (cf. Gv. 21, 18).