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Dopo l'Isis, più siriani si convertono al cristianesimo

Da poco sconfitto in Siria e in Iraq, lo Stato Islamico ha lasciato dietro di sé una scia di odio, violenze e devastazione. Disgustati dall'applicazione più violenta possibile della legge coranica, a Kobane, distrutta dalla battaglia del 2014, sempre più persone si convertono al cristianesimo. Una scelta rischiosa, ma possibile.

Kobane, durante l'assedio del 2014

Da poco sconfitto in Siria e in Iraq, lo Stato Islamico ha lasciato dietro di sé una scia di odio, violenze e devastazione. Uno scenario apocalittico, di cui ha fatto le spese, in particolare, la popolazione cristiana locale.

Espressione di una religione islamica radicalizzata, l’ideologia dell’Isis ha estremizzato numerosi aspetti della corrente salafita per giustificare il suo credo. Aspirando a ricostruire un califfato ideale - che, se mai realmente esistito, risalirebbe ad almeno 1.400 anni fa - i seguaci di Abu Bakr Al-Baghdadi hanno scatenato la loro furia contro le minoranze religiose della regione. Tuttavia, come spesso accade, anche tra le macerie può nascere un germoglio di speranza. Ed è proprio quello che è accaduto a Kobane, città del nord della Siria. Dopo essere stata distrutta durante l’assedio delle milizie del califfato nel 2014, oggi la città è diventata un centro di rinascita spirituale.

A Kobane, l’estremismo dell’Isis ha suscitato un aumento delle conversioni al cristianesimo da parte di musulmani che non si sono più riconosciuti nella religione del Corano. Nel giro di poco tempo, la città è stata testimone della nascita di un nucleo forte di cristiani, di denominazione evangelica. A tal punto che nel 2018, proprio grazie al numero esponenziale di conversioni, vi è stata aperta la prima Chiesa evangelica. Un fatto rilevante, che sfuma la tradizionale interpretazione dell’islam come di una religione “non permeabile” alla proposta cristiana. Invece le conversioni, anche al cattolicesimo, avvengono e sono un fiume carsico di cui si incomincia appena a intravedere la portata.

Semplicemente, “dopo la guerra contro lo Stato Islamico, le persone desideravano prendere le distanze dall’islam”, come ha dichiarato Omar, un cristiano di Kobane. L’abbandono dell’islam in favore di un’altra religione rimane un tabù in Siria, così come in numerosi altri Paesi a maggioranza musulmana. Ancora oggi, le persone che scelgono di convertirsi vengono ostracizzate dalle loro famiglie e dalle comunità di appartenenza. “Ancor prima dello scoppio della guerra civile, sotto il governo siriano, era severamente vietato convertirsi dall’islam al Cristianesimo o viceversa”, afferma Omar. “Sotto l’Isis poi non era nemmeno immaginabile. La risposta sarebbe stata la morte immediata”. 

Lo scenario dei cristiani in Siria permane tutt’altro che roseo. Secondo quanto affermato nel mese di gennaio dal cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico nel Paese del Medio Oriente, “i cristiani rischiano concretamente l’estinzione in Siria”. Secondo Zenari, dopo la Seconda guerra mondiale, il 25% della popolazione siriana era costituito da cristiani. Prima dello scoppio del conflitto nel 2011, i cristiani erano calati al 6%, mentre ora sarebbero solo il 2%. Oltre agli attentati e alla persecuzione subiti in patria, molte famiglie cristiane sono state costrette a emigrare all’estero. Negli ultimi anni, migliaia di cristiani hanno abbandonato la regione, dirigendosi, in particolare, verso il Libano o l’Europa.

Non è che una piccola parte delle prove che i cristiani affrontano ovunque, nel mondo. Secondo i dati pubblicati nel XIV Rapporto sulla libertà religiosa, presentato il 22 novembre 2018, nel mondo quasi 300 milioni di cristiani vivono in Paesi ostili al cristianesimo, costituendo quindi la comunità di fede più soggetta a violazioni di diritti umani, prevaricazioni e violenze.