• L’ANTICA BASILICA CRISTIANA

Erdogan, altra provocazione: Santa Sofia diventi moschea

Domani si terrà in Turchia un importante voto amministrativo. Per l’occasione il presidente Recep Tayyip Erdogan ha scelto di puntare sull’orgoglio dell’elettorato islamico, promettendo la riapertura al culto - come moschea - della plurisecolare basilica cristiana e oggi museo di Santa Sofia. L’ennesima provocazione, che rischia di tramutarsi in un’altra spallata al cristianesimo.

A pochi giorni da un importantissimo voto amministrativo in Turchia, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha scelto di tenere unito l’elettorato islamico e di puntare dritto al cuore del suo orgoglio. La promessa della riapertura al culto di Santa Sofia, la storica basilica cristiana trasformata prima in moschea e poi in museo, è piombata così al centro della propaganda elettorale: proposta che almeno negli ultimi tre anni è diventata un grande classico.

Il voto di domenica ha tutti i riflettori puntati, perché il ruolo del parlamento è stato ridimensionato dalla riforma costituzionale e soprattutto perché il “sultano” ha bisogno di dimostrare quanto sia ancora capace di controllare con ampio margine il Paese. Ragione per cui si è prodigato non poco in questa campagna elettorale, al punto da rilanciare anche la questione Santa Sofia, museo dal 1935 per volere di Mustafa Kemal Atatürk. “Non diremo più Museo di Santa Sofia, ma Moschea di Santa Sofia”, ha annunciato il presidente in diretta televisiva. “Non si tratta di una proposta abnorme o di qualcosa di impossibile. Come moschea potrebbe essere anche visitata gratuitamente”. Non si tratta, ovviamente, di qualcosa che Erdogan può fare schioccando semplicemente le dita. Consegnare al culto islamico l’antico tempio della Divina Sapienza - questo significa il nome Sophia - vuol dire lanciare un segnale ben preciso, oltre che andare contro la normativa in vigore.

Erdogan sa benissimo che vedere l’imam di nuovo seduto sul minbar della plurisecolare basilica è una spallata alla cristianità ed è quello di cui ha bisogno il suo elettorato più radicalizzato. Ed è pur vero che il processo di trasformazione in moschea è al vaglio da tre anni e c’è già stato un momento in cui sembrava vicino alla conclusione.

L’1 giugno 2016, il giornale filogovernativo turco Sabah ha pubblicato un articolo titolato “Momenti storici ad Ayasofya. La nostalgia sta per finire!... La moschea di Santa Sofia vedrà momenti storici nel mese di Ramadan”. In quell’occasione, il muezzin tornò eccezionalmente a cantare per il richiamo alla preghiera e pure il Corano tornò a essere letto. L’Hellenic American Leadership Council ha avviato una campagna per chiedere alla Commissione degli Stati Uniti sulla libertà religiosa internazionale (USCIRF) di rilasciare una dichiarazione contro la trasformazione “strisciante” di Santa Sofia in moschea.

Ovviamente il problema turco non è la mancanza di moschee. A Istanbul ci sono circa 3.300 moschee e in tutta la Turchia se ne contano almeno 86.762. Secondo Wesley J. Smith si tratta di “una specie di trionfalismo islamico. Che errore sarebbe! I cristiani lo considererebbero a giusto titolo come un’offesa intenzionale. La comunità internazionale lo vedrebbe come un aperto rifiuto del suo programma a favore della pluralità. Inoltre, credo che una Turchia relativamente secolare, che agisce in modo così radicale, dimostrerebbe al mondo che nonostante le numerose rassicurazioni del contrario da parte dei musulmani moderati, l’Islam contemporaneo ha un orientamento intollerante, belligerante verso i non credenti e pericolosamente egemonista nelle sue intenzioni”.

Ma riallacciamo il nastro. Tutto questo sta accadendo a Istanbul, la fu Costantinopoli, rifondata dall’imperatore romano Costantino (306-337), che aveva scelto quel luogo come nuova capitale: così l’antica Bisanzio divenne la Nuova Roma o Costantinopoli. Per la gente era più semplicemente la Polis. Là, il cristianesimo riuscì anche a costituire il più forte collante per i popoli dell’Impero romano d’Oriente.

La chiesa della Santa Sapienza, nota come Hagia Sophia, progettata per essere la principale basilica dell’Impero bizantino e un capolavoro dell’architettura, fu fatta costruire nella sua struttura attuale da Giustiniano, nel 532-537 d.C. L’invasione e la conquista di Costantinopoli da parte del sultano ottomano Maometto II, avvenuta nel corso di una sanguinosa campagna militare nel 1453, sancì la fine dell’Impero bizantino. La chiesa di Santa Sofia venne trasformata in una moschea. Ogni elemento della cristianità che evocava il mistero divino venne coperto, così come le icone dei santi vennero oscurate con pannelli di versetti del Corano. Nel 1930, il nome Costantinopoli fu cambiato in Istanbul dalla Turchia repubblicana, e nel 1935 Hagia Sophia fu convertita in un museo da Atatürk, che tentò, così, di non inasprire le tensioni tra cristiani e musulmani.

A causa delle secolari campagne di jihad violento e jihad culturale, i cristiani dell’Anatolia e di Costantinopoli furono sterminati: quella basilica era il microcosmo dell’universo cristiano.

Ieri un imam a La Mecca, mentre pregava Allah perché proteggesse il presidente turco, ha fatto chiedere allo stesso da tutta la comunità in lacrime che Santa Sofia possa essere “finalmente” riconvertita in moschea.

Intanto lo scorso 18 marzo, in occasione della commemorazione della Battaglia di Gallipoli (1915-1916), dove  negli scontri con le truppe turche morirono anche migliaia di soldati australiani, il presidente turco ha pronunciato parole che sembravano una dichiarazione di guerra e che hanno provocato seri problemi diplomatici con Australia e Nuova Zelanda. “Ci stanno mettendo alla prova da 16.500 chilometri di distanza. Siamo qui da 1000 anni e, a Dio piacendo, ci rimarremo fino all’Apocalisse. Non farete diventare Istanbul Costantinopoli. I vostri antenati sono venuti qui e sono tornati nelle bare. Non dovete avere dubbi sul fatto che vi rimanderemo indietro come loro”.