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Gilet gialli, la rivolta contro la "fine del mondo"

“L’élite ha paura della fine del mondo, noi abbiamo paura della fine del mese”. Con questa battuta, pronunciata da uno dei manifestanti con il caratteristico gilet giallo ad una televisione francese, si spiega l’origine e il fine ultimo del movimento che sta mettendo a soqquadro la Francia, per poi dilagare anche in Belgio e in Olanda.

Gilet gialli, gli scontri a Parigi

“L’élite ha paura della fine del mondo, noi abbiamo paura della fine del mese”. Con questa battuta, pronunciata da uno dei manifestanti con il caratteristico gilet giallo ad una televisione francese, si spiega l’origine e il fine ultimo del movimento che sta mettendo a soqquadro la Francia, per poi dilagare anche in Belgio e in Olanda.

La protesta è iniziata con una petizione, lanciata, come tante altre, su Change.org, dalla signora Priscilla Ludosky. La petizione chiedeva di abbassare le tasse sulla benzina, dopo l’ennesimo rincaro. La giustificazione adottata dalle autorità era soprattutto l’ecologismo. La nuova accisa sulla benzina è stata infatti introdotta dal governo Philippe con la benedizione del presidente Emmanuel Macron, come parte dello sforzo contro il riscaldamento globale. Ecco nascere, dunque, la nuova contrapposizione sociale. Meglio pagare di più, oppure rinunciare all’auto, perché si ha paura della “fine del mondo”? O il problema maggiore è il caro benzina che impedisce di arrivare alla “fine del mese”?

Non è un problema da poco, considerando quanti francesi della cosiddetta (e sempre più tartassata) “classe media” si sono trasferiti fuori dalle grandi città, per evitare sia il pericolo delle banlieue che gli altissimi costi dei centri storici. Scrive il geografo Christophe Guilluy: “L’inquinamento della mobilità dei ‘ricchi’ è dunque meno tassato di quello dei ‘poveri’ sedentari. Più in generale, le metropoli sono nuove cittadelle medievali, con una borghesia che si rinchiude dietro i suoi bastioni e intende pure istituire presto dei pedaggi urbani: il ritorno delle concessioni! In questi spazi chiusi, gli abitanti hanno soltanto bisogno di collegamenti per uscire: aerei, treni ad alta velocità; e l’automobile per loro è obsoleta. Inversamente, i ceti popolari oggi vivono sempre più lontano dal posto di lavoro e hanno un bisogno vitale dell’auto. Nella demonizzazione dell’auto condotta dalle élites si evidenzia una forma di incoscienza delle difficoltà reali di questi concittadini e anche un disprezzo di classe. La reazione della classe politica superiore è stata di accusare le classi popolari di non avere consapevolezza della problematica ecologica! I conflitti sociali sono sempre esistiti, ma questa è la prima volta nella storia che c’è una perdita di contatto così grande fra l’alto e il basso della società”.

Le scene che ci arrivano da Parigi e da altre città ci suggeriscono, però, che sia in corso una protesta di ben altro tipo. Le manifestazioni sono sempre state violente, fin dall’inizio i picchetti delle prime proteste, dal 17 novembre, miravano a bloccare i trasporti e a paralizzare le strade. Poi a distruggere i simboli dello Stato, come gli autovelox e gli uffici del ministero delle Finanze. I “casseurs” (vandali) delle proteste nelle città, dal 24 novembre ad oggi, non solo a Parigi, distruggono anche proprietà private, incendiano auto, spaccano vetrine, imbrattano i muri. Sembra che vogliano colpire altri cittadini più ricchi, non più lo Stato, che siano mossi più dall’invidia sociale, al pari dell’estrema sinistra, che dalla protesta contro le tasse. Il bilancio di sabato è drammatico: dopo una manifestazione che ha coinvolto, nella sola Parigi, 136mila persone, si contano 263 feriti. In totale, dal 17 novembre ad oggi, ci sono 3 morti direttamente collegati alle manifestazioni. Sono vittime “collaterali”, non deliberatamente uccise. Ma spiegano il livello di violenza delle manifestazioni. Il numero di feriti cresce proporzionalmente col passare del tempo, altro indice che la protesta si sta trasformando di settimana in settimana, diventando più feroce.

La forza del movimento, ma anche la sua debolezza, è la sua spontaneità. La protesta dei gilet gialli è nata da una petizione, appunto, e si è sviluppata sui social network. Si tratta di un movimento puramente “orizzontale”. Non ha un capo, non ha nemmeno un vero e proprio portavoce, ha sinora rifiutato ogni ingerenza dei partiti dell’opposizione. La già nominata Priscillia Ludosky è stata la prima a prendere l’iniziativa e può ben considerarsi la madre del movimento, ma non lo comanda. Come tutti i moti spontanei, anche i gilet gialli sono però più permeabili alle infiltrazioni. Sia le infiltrazioni ideologiche che quelle dei teppisti puri e semplici, che in Francia (specie a Parigi) abbiamo visto in azione anche durante la festa del Mondiale 2018.

Per quanto riguarda le infiltrazioni ideologiche, il movimento è nato con l’unico scopo di chiedere una riduzione delle tasse sulla benzina, ma si sta trasformando in un insieme di rivendicazioni diverse, molto simile al Movimento dei Forconi italiano di cinque anni fa. Le richieste considerate “immediate e senza condizioni” sono sempre “blocco dell'aumento delle tasse sui carburanti e annullamento della sovrattassa sulla revisione obbligatoria dei veicoli”. Ma si chiede anche, per il prossimo futuro, di indire una nuova “assemblea dei cittadini” per discutere una “transizione ecologica” e per “tenere conto della voce dei cittadini”. In quest’ultimo punto rientra un gran calderone di proposte, spesso in contraddizione fra loro, come quelle di imporre un calmiere sui prezzi e di abolire il Senato, di porre fine all’immigrazione clandestina e di risolvere “i problemi che sono all’origine delle migrazioni”, si protesta contro la tassa ecologista sulla benzina e si chiede il divieto dei glifosato, si vuole alzare il salario minimo e porre un tetto massimo sugli stipendi più alti. Una rivolta nata contro i costi e il peso dello Stato chiede però allo stesso Stato di dare pensioni più alte, bloccare le privatizzazioni, bloccare le delocalizzazioni, fermare l’austerity. Tutte cose che costano molto: dunque comportano tante altre tasse, necessariamente. Lo Stato, in questo periodo, anche in Francia, ha ben poco margine di manovra: o taglia le spese (e i manifestanti non lo vogliono) o deve tenere le tasse alte. Altre alternative realistiche non ci sono. A questo si aggiunga il drastico calo di popolarità di Macron, che ha ulteriormente irrigidito il suo atteggiamento: teme che una concessione appaia come una resa.

Come si spiega il passaggio dall’anti-statalismo iniziale all’ultra-statalismo di appena due settimane dopo? “Quanto ai gilet gialli, in quale momento, quelli che fra loro hanno preso la parola, hanno potuto mai capire che lo Stato e la sua obesità, è all’origine dei loro mali e che è lo Stato che devono combattere? – si chiede, nell’editoriale di ieri, il quotidiano online Contrepoints, uno dei più attivi e assidui nel sostegno al movimento di protesta – Nessuno lo ha mai detto loro: né i media, né i politici. La scuola repubblicana si impegna, per quanto può, a vantare questo Stato onnipresente, questo collettivismo a tutto tondo, il sistema sociale che tutto il mondo ci invidia. In ogni momento della vita di un francese, quando guarda la Tv, legge i giornali, ascolta la radio, i suoi artisti, i suoi politici, i suoi sindacalisti accanirsi contro l’iniziativa privata (…) e incensare l’azione dello Stato, ricordando la sua indispensabilità, minimizzando i suoi errori e le sue catastrofi”. Così, il quotidiano di ispirazione liberale, benché sempre propositivo nei confronti dei manifestanti, spiega la “deriva inevitabile” del loro movimento. E con l’affermarsi di nuove istanze al suo interno, è contemporaneamente degenerata anche la sua modalità di azione.

Anche perché, non essendoci un’organizzazione gerarchica, né un vero servizio d’ordine, l’infiltrazione di teppisti e la degenerazione degli scontri diventa pressoché inevitabile. Ma dopo il disastro di sabato a Parigi, con auto, negozi, banche, case devastate, l’atteggiamento del governo si è ulteriormente irrigidito. La condizione della trattativa con i “portavoce” dei gilet gialli, fino alla settimana scorsa, era quella di escludere una richiesta di dimissioni del presidente Macron. Dopo gli scontri il portavoce del governo Benjamin Griveaux ha invece dichiarato che la trattativa non si farà e che il governo valuterà tutte le opzioni per fermare le violenze. E i portavoce dei gilet gialli che avrebbero voluto trattare con il governo, hanno ricevuto minacce di morte.

Aggiornamento delle ore 11: con una retromarcia abbastanza clamorosa, il governo Philippe ha annunciato questa mattina una moratoria sull'aumento delle tasse sui carburanti, per contribuire ad allentare la tensione. La prima richiesta dei gilet jaunes può dunque dirsi ormai soddisfatta. Si trattava della pre-condizione richiesta per iniziare la trattativa, dunque nei prossimi giorni un incontro fra governo e portavoce dei gilet gialli è ancora possibile.