a cura di Stefano Fontana
  • IL CASO

Global compact, i vescovi non sanno che lo Stato viene prima?

Nei giorni scorsi i vescovi della COMECE, che raccoglie gli episcopati dei Paesi dell’Unione Europea, hanno emesso un comunicato nel quale sollecitano i governi dei Paesi membri dell’Unione ad aderire al Global Compact dell’ONU sulle Migrazioni. L’11 dicembre prossimo a Marrakech, in Marocco, sarà firmato questo accordo per una immigrazione sicura, ordinata e regolare. Per quanto riguarda la politica italiana, hanno suscitato polemiche le dichiarazioni del ministro dell’interno Salvini secondo cui l’Italia non avrebbe partecipato, e quella del ministro Conte che demandava al parlamento la decisione.

Quando si parla di società globale, di superamento degli Stati, di bene comune universale e cose di questo genere, scatta nei cattolici un immediato “sì”, perché tutto ciò che accomuna è bello e perché ciò che conta è l’unità del genere umano dato che siamo tutti figli di Dio. Locale, regionale e nazionale è brutto, egoistico e asfittico. Globale,  internazionale e universale è bello perché unifica e non divide.

Anche i vescovi europei sono stati catturati da questa coazione a procedere ed hanno emanato un breve documento che da un lato enuncia delle motivazioni troppo astratte per inquadrare il problema e dall’altro arriva troppo velocemente alle conclusioni pratiche, invitando i Paesi dell’Unione Europea non solo a partecipare al vertice di Marrakech ma addirittura a firmare. Da un lato si parla di “comune responsabilità” e di “umanità condivisa” e dall’altro si fa sponda ad una iniziativa ONU che rimane una iniziativa politica. Sarebbe forse meglio aver fatto il contrario: aver fornito alcuni elementi di giudizio sul problema delle migrazioni articolati sulla base della Dottrina sociale della Chiesa e aver lasciato libera la coscienza politica degli Stati di orientarsi come meglio credono nei confronti del Global Compact e di Marrakech. Il motivo è molto semplice: dalle esigenze di “comune responsabilità” e di “umanità condivisa” possono derivare molte e diverse strade operative e non solo quella proposta dall’ONU.

Da tempo nei confronti dell’ONU la Chiesa cattolica ha cambiato linguaggio e atteggiamenti. Certo non era mai mancato il grande apprezzamento per questa Organizzazione, testimoniato dai discorsi in Aula a New York dei vari pontefici a cominciare da Paolo VI e Giovanni Paolo II che vi andò addirittura due volte. Ma non era nemmeno mai mancato l’atteggiamento critico. Tutti ricordiamo come ai vertici ONU degli anni Novanta sulla Popolazione e sulla Donna la Santa Sede ebbe il coraggio di parlare con un linguaggio opposto a quello dell’ONU. Tutti ricordiamo anche che nella Caritas in veritate Benedetto XVI muove numerose critiche alle agenzie internazionali per lo sviluppo; non cita espressamente l’ONU ma il collegamento è facile a farsi. Da qualche tempo sembra che non sia più così e che il linguaggio dei funzionari ONU e quello dei vescovi cattolici comincino ad assomigliarsi troppo.

Per il Global Compact è in gioco – tra gli altri – il principio di sussidiarietà. È lecito passare ad un livello superiore di organizzazione sociale senza togliere quanto appartiene per natura al livello inferiore e solo nei settori in cui il livello inferiore è incapace di svolgere le sue proprie funzioni. In questo caso, tuttavia, l’intervento deve essere di sola supplenza e non di sostituzione. Ora, è vero che l’adesione al Global Compact è volontaria e le decisioni prese non hanno carattere di obbligatorietà (il che, tra l’altro, fa sorgere seri dubbi sulla sua funzionalità) però si può legittimamente pensare che si intraprenda con esso una strada di cessione di sovranità statale in un punto – il controllo delle frontiere – che appartiene naturalmente a livelli inferiori a quelli globali. D’altro canto, anche sulle esperienze passate, è lecito pensare che degli accordi di questo tipo possano andare a beneficio di alcuni e non di altri Stati membri come è successo per i vari progetti europei che gravavano solo sulle spalle dell’Italia.

Secondo il principio di sussidiarietà l’onere della prova non appartiene al livello inferiore (in questo caso lo Stato) ma al livello superiore. Non è lo Stato a doversi scusare se non aderisce al Global Compact, ma è l’ONU a dover convincere lo Stato ad aderirvi con buone motivazioni. Se lo Stato non le considera buone è suo diritto farlo. Gli Stati, infatti, vengono prima dell’ONU. E i vescovi europei dovrebbero saperlo.