• CENSURA 2.0

I video cristiani? Per Google sono “omofobi”

Google bolla come “omofobi” dei video che espongono rispettosamente l’insegnamento cristiano sull’omosessualità e raccontano persecuzioni giudiziarie contro persone di fede. Perfino peggio Vimeo, che per motivi simili cancella l’intero account di una chiesa battista. È la censura contemporanea, proveniente dalla stessa cultura laicista che nega Dio e parla (a sproposito) di “libertà”.

Che la “missione” di Google non sia orientata ai valori del cristianesimo lo si sapeva già, dal momento che il colosso di Mountain View incarna bene la mentalità mondialista, come ricordano tra l’altro i suoi doodle celebrativi dei così chiamati “diritti gay”. Poi leggi la denuncia di Mike Wacker, un giovane programmatore cristiano che lavora per l’azienda fondata da Larry Page e Sergey Brin, e capisci che l’aria in quegli ambienti non deve essere proprio delle più simpatiche per chi cerca di vivere in coerenza con la sua fede.

Il 13 marzo, con una serie di tweet, Wacker ha fatto degli esempi del pregiudizio esistente all’interno del dipartimento per le risorse umane di Big G, che ha definito «omofobi» alcuni filmati cristiani su YouTube, la nota piattaforma online posseduta appunto da Google. Sul banco degli imputati sono finiti in particolare due video: il primo, intitolato «Can you be gay and Christian?» (Puoi essere gay e cristiano?), del conduttore radiofonico Michael Brown; il secondo si chiama invece «Barronelle Stutzman’s story», diffuso dall’Alliance defending freedoom (Adf), un gruppo che difende la libertà religiosa.

Il filmato di Brown contiene diversi richiami alla Sacra Scrittura: ricorda che gli atti omosessuali sono peccaminosi e contraddicono il disegno di Dio culminato nella creazione dell’uomo e della donna; fa presente al tempo stesso che Gesù è morto in croce perché vuole salvaci e perdona l’uomo che si pente dei propri peccati, trasformandolo con la Sua grazia. Il video dell’Adf riguarda la fioraia Barronelle Stutzman, divenuta vittima di una persecuzione giudiziaria da parte dello Stato di Washington e dei laicisti dell’Aclu (American civil liberties union) dopo essersi rifiutata di preparare una composizione floreale per celebrare le cosiddette «nozze gay» di un suo cliente, da lei tranquillamente servito per anni. Il personale calvario di Barronelle dura da più di cinque anni e ricorda da vicino quello del pasticciere Jack Phillips e di altri professionisti cristiani che hanno rifiutato di prestare la loro manodopera come mezzo di trasmissione di messaggi contrari alla fede.

I video di Brown e dell’Adf sono finiti nel mirino del politicamente corretto dopo un articolo pubblicato su un portale Lgbt, Pink News, in cui degli attivisti lamentavano il fatto che YouTube accettasse inserzioni “omofobe”. Negli uffici del gigante dell’online sono scattati sull’attenti e così oggi i due filmati, seppur ancora visibili, non possono più essere promossi attraverso inserzioni a pagamento, perché Google ha stabilito che violano la propria politica pubblicitaria. Stessa sorte - comunicata con una spiegazione generica, come riferisce il diretto interessato su Life Site News - per l’intero canale di Brown, che conta circa 1.600 video e presenta gli insegnamenti cristiani su questioni che vanno dall’aborto alla sessualità.

Wacker sottolinea che in entrambi i video citati «le persone stavano esprimendo convinzioni religiose in modo rispettoso», ma ciò non ha impedito ai responsabili delle risorse umane di Google di etichettare gli autori di quei video come «omofobi» e di aggiungere che «questo sembra molto contrario alla nostra missione»: il tutto scritto nella newsletter interna, destinata a circa 30.000 impiegati dell’azienda e inviata giusto pochi giorni dopo le lamentele pubblicate su Pink News. Il giovane informatico fa notare che l’abuso di autorità dell’ufficio per le risorse umane è come «un segnale forte» inviato ad alcuni dipendenti per dire che «le loro sincere convinzioni religiose sembrano molto contrarie alla nostra missione». All’amarezza di Wacker si aggiunge una riflessione di Brown, che alla luce del fatto di aver usato correttamente delle citazioni bibliche si domanda quale potrà essere il prossimo passo: «YouTube bloccherà la Bibbia?».

Del resto, è quello che sta già avvenendo e ci sono realtà ben accreditate negli ambienti di estrema sinistra, come la Southern Poverty Law Center (ne abbiamo già parlato qui), che catalogano come «gruppi d’odio» diverse associazioni pro vita e pro famiglia, le quali su argomenti come l’aborto, l’eutanasia o gli atti omosessuali si muovono nello stesso solco di quanto scritto nella Bibbia e nel Catechismo. E siti come Pink News rilanciano queste etichettature, poi riprese a loro volta dai grandi attori del sistema mediatico.

Quello di YouTube-Google non è l’unico caso di sentimento anticristiano emerso in questi giorni nel mondo dei new media. Anche Vimeo, un’altra piattaforma per la condivisione di video online, ha intrapreso un’azione simile, anzi pure più drastica, rimuovendo l’intero account di una chiesa battista, la statunitense Fairview Baptist Church, “rea” di aver ospitato una conferenza in cui si è detto che gli atti omosessuali sono contrari al progetto divino. Già nel 2017 Vimeo si era resa protagonista di una censura del genere, eliminando l’account di un programma cristiano, Pure Passion, che ospitava le testimonianze di molti ex gay, realmente trasformati dopo aver lasciato uno spiraglio a Dio e abbracciato la Sua volontà.

Queste vicende di censura 2.0 rammentano ancora una volta il problema della libertà nell’Occidente contemporaneo. A negare questa libertà, che nel suo senso proprio ha il suo fondamento in Cristo, sono proprio coloro che più spesso la sbandierano per le proprie rivendicazioni, slegandola però dalla verità. Che si può rifiutare finendo - senza quasi accorgersene - in catene, o la si può abbracciare per scoprirsi veramente liberi.