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Il Pd si sfila, la palla che scotta a Lega e 5 Stelle

Il Pd è in mano a Martina mentre Renzi sotto banco lavora a un rassemblement con Forza Italia. Ma per le sorti del governo la palla che scotta è in mano a un'improbabile alleanza tra Lega e 5 Stelle: una strada in salita a cominciare dalla scelta del premier. 

Lo psicodramma del Pd è andato in scena ieri con la riunione della direzione che avrebbe dovuto metabolizzare la disfatta elettorale e pianificare quell’inizio di traversata nel deserto che sembra attendere nel prossimo futuro le truppe dem.

Il traghettatore verso l’assemblea nazionale di metà aprile, che dovrà stabilire le regole per il rinnovo della segreteria (congresso anticipato o primarie), sarà il vicesegretario Maurizio Martina, che ha già annunciato collegialità e apertura alle minoranze. Ma lo spettro di Matteo Renzi aleggiava anche ieri al Nazareno, visto che il segretario uscente si è dimesso ma con un messaggio che trasuda rabbia e lascia intravvedere già un istinto di rivalsa e un desiderio di vendetta nei confronti dei suoi compagni di partito, che secondo lui avrebbero remato contro perfino in campagna elettorale, pur di liberarsi di lui.

C’è del vero nei sospetti dell’ex sindaco di Firenze, visto che perfino il premier Paolo Gentiloni ora è in rotta con lui e i due non si parlano. Renzi ha accusato, infatti, il Presidente del Consiglio di essere la causa della cocente sconfitta del Pd alle elezioni. 

Dalla riunione di ieri è emersa un’indicazione apparentemente chiara: il Pd in questa legislatura farà un’opposizione responsabile e non si alleerà né con i Cinque Stelle né con la Lega. Queste ultime due forze, quindi, se vorranno evitare un repentino ritorno alle urne, dovranno allearsi per dar vita a un esecutivo. Si tratta di un’ipotesi tutt’altro che campata per aria, ma al momento non probabile. Il Carroccio ha stravinto al centro-nord e in alcune regioni del settentrione ha doppiato Forza Italia. I Cinque Stelle hanno fatto il pieno al sud e in alcune aree del centro. Un governo che vedesse la collaborazione delle principali forze politiche uscite vincitrici dalle urne realizzerebbe anche un obiettivo: tenere unito il Paese, salvaguardando le istanze riformatrici delle diverse aree geografiche. Ma nel concreto l’ipotesi di un governo Lega-Cinque Stelle, oltre che incontrare lo scetticismo dei mercati e del Quirinale, si scontrerebbe con un problema non da poco: la scelta dell’inquilino di Palazzo Chigi. Di Maio o Salvini? Difficile che uno dei due accetti di sostenere un governo presieduto dall’altro.

Ecco perché il Pd, pur vedendo come fumo negli occhi l’eventualità di uno scioglimento anticipato delle Camere, che lo proietterebbe verso una debacle ancor più devastante, preferisce al momento dirsi indisponibile ad alleanze. Sa molto bene che difficilmente senza i suoi voti sarà possibile fare il governo e vuole semplicemente subentrare nei negoziati per il governo quando lo stallo diventerà talmente imbarazzante da suggerire a Mattarella un appello rivolto a tutti, anche al Pd, affinchè si dia vita a un governo di solidarietà nazionale o governo-ponte, con tutti dentro, incaricato di fare le cose strettamente necessarie, riforma elettorale in primis, prima di ridare la parola agli elettori.

Al di là di quanto emerso ieri nella direzione dem, una parte del Pd (i seguaci del governatore pugliese, Michele Emiliano), proprio per dare il colpo di grazia al Patto del Nazareno e a disegni di rivincita renziana, preme per un’intesa governativa con i Cinque Stelle. Un’altra parte che ora sta nell’ombra e che non disdegna un prolungamento dell’esperienza gentiloniana, sembra aprire dietro le quinte all’idea di un governo con il centrodestra (Berlusconi avrebbe offerto a Dario Franceschini la Presidenza della Camera, pur di ottenere il via libera a un governo col Pd). D’altronde non sarebbe la prima volta, visti i precedenti Monti e Letta. Lo stesso Renzi, tra i due potenziali alleati, Cinque Stelle e centrodestra, ovviamente preferirebbe quest’ultimo.

Tanto più che circola nei palazzi del potere una diceria che sembra molto più di una voce di corridoio. Considerato il tramonto, anche per ragioni anagrafiche, di Silvio Berlusconi, e l’ostracismo antirenziano diffusissimo nel Pd, non è escluso che nasca, nei prossimi mesi, un’area moderata a cavallo tra renziani e berlusconiani, una sorta di rassemblement di centro tra gli azzurri più antileghisti e insofferenti al crescente peso di Matteo Salvini nella coalizione, e i renziani del Pd, pronti a uscire dal partito, visto che ormai sono visti come la causa della Caporetto di due domeniche fa.

Renziani, berlusconiani, centristi di destra e di sinistra potrebbero dar vita a un nuovo partito di centro alternativo ai sovranisti della Lega e dei Cinque Stelle. A guidarlo lo stesso Renzi, che è riuscito comunque a portare in Parlamento una pattuglia consistente di fedelissimi. La cosa, a quanto è dato sapere, non dispiacerebbe neppure all’ex Cavaliere.

Già dall’elezione dei Presidenti delle Camere, ove vincesse l’asse tra Salvini e Di Maio, con la ventilata consacrazione di un leghista alla guida di Palazzo Madama e di un pentastellato sullo scranno più alto di Montecitorio, si capirà se quella indiscrezione abbia o meno un fondamento.