• IL FILM E IL NOSTRO DESTINO

Immersi tra Resurrezione e momenti di trascurabile felicità

I cristiani che stanno vivendo la Quaresima non hanno bisogno né di allontanare (come nel bel film Momenti di trascurabile felicità), né di negare l’idea della fine, perché il loro sguardo sulla vita è ben diverso. La vita e la morte sono  legate all’”Avvenire ultimo”, al “Compimento delle promesse”, al “Sentimento della sua venuta”.

In questi giorni nelle sale c’è un film da vedere: Momenti di trascurabili felicità, di Daniele Luchetti, con Pif (Pierfrancesco Diliberto) come stralunato protagonista. La storia di Paolo, al centro del film, ha tratti divertenti, ma la questione di fondo è terribilmente seria. Se ci rimangono solo 1 ora e 32 minuti per fare i conti con la nostra vita, perché la morte è imminente e noi - per un errore improbabile dell’Aldilà - ne siamo pienamente coscienti, che cosa possiamo scoprire di nuovo sulla vita e sulla morte a cui finora abbiamo pensato solo in modo pigro e superficiale?

L’ingegner Paolo, il protagonista, assomiglia a molti di noi. Conduce una vita tranquilla nell’assolata Palermo con moglie, due figli adolescenti e gli amici con cui si diverte a guardare le partite della squadra del cuore. Insomma, è un uomo normale. Ama la sua compagna ma si sente perennemente inadeguato (le chiede ossessivamente: “Ma ce l’hai con me?”) e si concede qualche fuga extraconiugale di poca importanza per lui e per le amanti, che lo considerano simpatico e attraente, ma un uomo mediocre. Si pone sì qualche domanda un po’ surreale (quando chiudiamo il frigorifero la luce al suo interno si spegne davvero? e perché i tassisti si dispongono sempre in maniera così illogica per cui il primo della fila non è mai effettivamente il primo che deve accogliere il cliente? oppure, perché il martello frangivetro del treno è collocato dietro un vetro che non si saprà mai come spaccare?), ma la sua esistenza scorre comunque indolente nella sua apparente normalità.

Almeno fino a quando la sua “morte” imprevista, peraltro causata da un azzardo mal riuscito (passare con lo scooter a un incrocio nel momento esatto in cui tutti i semafori sono rossi e quindi nessuna auto dovrebbe attraversarlo), apre la possibilità per un vero ripensamento sulla vita, che gli si mostrerà in tutte le sue debolezze e omissioni. Finalmente il protagonista capisce l’assurdità di vivere come se non si dovesse morire mai, un tema drammatico che tuttavia il film tratta in modo originale, per certi aspetti fiabesco e ironico. Ciò non toglie che allo spettatore sorga, come a Paolo, inevitabile con tutta la sua ineliminabile urgenza, la domanda fondamentale: per che cosa vale davvero la pena vivere? Ci si può forse accontentare di momenti di trascurabile felicità? O la vita di ogni giorno e la prospettiva della morte devono essere guardate e vissute in un modo diverso perché la felicità possa essere vera?

Del resto il problema della morte inquieta a tal punto la nostra società che si preferisce non parlarne, quasi non esistesse. Sintesi geniale del nostro non-pensare all’ineludibile fine della vita è la folgorante confessione di Woody Allen: “Non ho paura della morte, è solo che non vorrei essere lì quando succede”.

L’argomento è però studiato anche sotto un profilo scientifico, come documenta Stephen Cave, esperto di morte e direttore esecutivo presso il Centro di Leverhulme dell’Università di Cambridge. Nel suo ultimo libro, intitolato Immortality: The Quest to Live Forever and How It Drives Civilization, afferma che ci sono quattro macro categorie di “bugie” con cui l’uomo d’oggi tenta di sfuggire al confronto con la morte. La prima è l’“Elisir”, per cui l’uomo si convince che prima o poi verrà inventata una pillola o una pozione che possa interrompere l’invecchiamento e quindi la morte: la tecnica e la scienza come nuovo confine della speranza.

La seconda la chiama “Resurrezione”,  non intesa in senso cristiano ma come l’auspicio che la fine non sia la fine, perché ci sarà comunque una possibilità di rinascita o di reincarnazione. Una terza categoria di bugie viene chiamata “Anima”, per cui si ammette la fine del corpo, ma non dell’anima, che continuerebbe invece a vagare sulla Terra sotto forma di spirito. Infine l’ultima grande bugia Cave la chiama “Legacy” (eredità), proprio perché ammette sia la fine del corpo che quella dell’anima e spinge l’uomo, finché è in vita, a creare qualcosa di memorabile, che viva in eterno al nostro posto (già il nostro Foscolo aveva ben sviluppato questa idea). Ci si affida cioè alla scienza per risposte che in realtà riguardano la nostra spiritualità, prevedendo addirittura un campo della psicologia sociale chiamato “Teoria della gestione del terrore”, che si basa sulla capacità dell’uomo di credere a qualsiasi promessa gli venga fatta, una volta che ha realizzato l’idea della propria morte. Stephen Cave afferma che tra i miliardari della Silicon Valley sia in atto la rincorsa al finanziamento della ricerca per allungare la vita, proprio nel luogo famoso della creazione degli i-Phone, che certamente hanno trovato il loro modo per illudere di restare vivi in eterno: i selfie…

I cristiani che stanno vivendo la Quaresima nella preghiera (che ci apre alla coscienza ultima delle cose), non hanno bisogno né di allontanare (come Paolo inizialmente nel film di Luchetti), né di negare l’idea della fine (come accade generalmente secondo la ricerca di Stephen Cave), perché il loro sguardo sulla vita è ben diverso.  La vita e la morte sono  legate all’”Avvenire ultimo”, al “Compimento delle promesse”, al “Sentimento della sua venuta”.

Con queste espressioni Luigi Giussani in Dalla liturgia vissuta: una testimonianza (Jaca Book) commentava le parole di San Paolo: “Fratelli, il tempo si fa breve, la fine di tutte le cose è prossima”. Per Giussani “il sentimento della Sua venuta, del manifestarsi finale, diventa allora il contenuto determinante della nostra coscienza, perché al Suo ritorno noi saremo noi stessi. Per questo i Santi aspiravano a vederLo, aspiravano alla morte. Il sintomo di quanto il desiderio della Sua venuta domini in noi è il senso del tempo che passa veloce, il sentimento dell’effimero, del provvisorio. Tutte le cose sono uguali (essere sposati o non esserlo, come dice sempre San Paolo), perché la consistenza non sta nella forma, ma nell’essere passo verso il Suo arrivo, verso l’Avvenimento. La coscienza di sé che definisce il volto del cristiano è l’attesa della Sua seconda venuta”.

Perciò, in questo propizio tempo di Quaresima, che ci prepara alla drammatica morte di Cristo e alla Sua vera Resurrezione, la meditazione profonda ci accompagna verso il “vero volto delle cose” che tutti, poco o tanto, ricerchiamo nella vita quotidiana. Al senso ilare della brevità del tempo, cosi ben incarnato dal protagonista di Momenti di trascurabile felicità, specchio di tutti noi, si potrà allora accompagnare l’assenza di affanno e di ansia, perché abbiamo la certezza che “tutto è dove deve essere e va dove deve andare: al luogo assegnato da una sapienza che (il Cielo sia lodato!) non è la nostra” (da Miguel Mañara di Oscar Vladislas Milosz).