a cura di Stefano Fontana
  • LEGGERE LA CHRISTUS VIVIT

La dottrina sociale evangelizza

Nella Christus vivit, l'esortazione apostolica successiva al sinodo sui giovani, papa Francesco, come La NBQ ha fatto già notare, ha messo in guardia dalla presentazione della dottrina cristiana prima dell’annuncio del Kerigma e dell’incontro con Cristo, per esempio con “incontri di «formazione» nei quali si affrontano solo questioni dottrinali e morali sui mali del mondo di oggi, sulla Chiesa, sulla dottrina sociale, sulla castità, sul matrimonio, sul controllo delle nascite e su altri temi”. Il pericolo, secondo lui, sarebbe di ideologizzare il cristianesimo, ma a queste parole molti pensano che la dottrina sia in sé inutile. Posizioni di questo genere non sono nuove in papa Francesco, che le ha già dette in altre occasioni e già scritte in altri documenti.  Nuovo è, invece, l’estensione del divieto anche alla “dottrina sociale”, che è quanto ci interessa in questo blog. Ci chiediamo allora se la Dottrina sociale della Chiesa continui a poter essere dottrina e a dover essere insegnata come tale.

Che essa sia “dottrina” risulta da tutto il magistero sociale e, soprattutto, da quello di Giovanni Paolo II. Nella Solliciduto dei socialis (1987) egli dice che la Dottrina sociale è un “corpus dottrinale” (n. 1); nella stessa enciclica, al n. 41, dice che essa è “l’accurata formulazione dei risultati di un’attenta riflessione sulle complesse realtà dell’esistenza dell’uomo alla luce della fede e della tradizione ecclesiale”, ossia una dottrina, cosa di seguito confermata esplicitamente: “una dottrina indirizzata a guidare la condotta delle persone”. Nella Centesimus annus si dice che Leone XIII aveva stabilito un “paradigma permanente per la Chiesa”, ossia una dottrina. La Chiesa. Infatti, ”ha una sua parola da dire di fronte a determinate situazioni umane, individuali e comunitarie, nazionali e internazionali, per le quali formula una vera dottrina, un corpus” (n. 5). Nella Centesimus annus n. 53 si dice che la Dottrina sociale è stata “a mano a mano elaborata in forma sistematica”. Con Giovanni Paolo II si pensava che le discussioni su cosa sia la Dottrina sociale della Chiesa - dottrina appunto o più semplicemente insegnamento o magistero sociale - fossero finalmente terminate (in Centesimus annus n. 2 si dice una parola definitiva in proposito) ma così non è.

Che si debba insegnare in quanto dottrina pure è stato ampiamente affermato da Giovanni Paolo II. Per esempio nella Centesimus annus n. 5: “Per la Chiesa insegnare e diffondere la dottrina sociale appartiene alla sua missione evangelizzatrice e fa parte essenziale del messaggio cristiano”. .. “la nuova evangelizzazione, di cui il mondo moderno ha urgente necessità deve annoverare tra le sue componenti essenziali l’annuncio della dottrina sociale della Chiesa”. In Sollicitudo rei socialis n. 41 si afferma che “L’insegnamento e la diffusione della dottrina sociale della Chiesa fanno parte della missione evangelizzatrice della Chiesa”.

Quindi, a meno di non dichiarare superate o sbagliate queste affermazioni di Giovanni Paolo II, la Dottrina sociale della Chiesa rimane dottrina e rimane che deve essere insegnata.

Il punto decisivo è però un altro: per papa Francesco essa non fa parte dell’annuncio, non sta nel cuore stesso dell’evangelizzazione, mentre per Giovanni Paolo II sì. Quest’ultimo dice che “la dottrina sociale ha di per sé un valore di uno strumento di evangelizzazione; in quanto tale annuncia Dio e il mistero di salvezza in Cristo e in ogni uomo e, per la medesima ragione, rivela l’uomo a se stesso. In questa luce e solo in questa luce si occupa del resto” (n. 55). La dottrina è Cristo stesso e non si può amare Cristo senza sapere chi è e, di riflesso, chi siamo noi, senza sapere le verità che Egli ci ha rivelato su di sé e, di riflesso, su di noi. Questo capita anche per la Dottrina sociale della Chiesa, che è in “vitale collegamento col Vangelo del Signore” (Sollicitudo rei socialis n. 3) non nonostante sia dottrina ma proprio perché lo è.