• CHIESA & MONDO

La "posta del cuore", un modo per attaccare la Chiesa

Non sempre l’attacco alla Chiesa è caratterizzato dalla violenza. Spesso, la critica all’esperienza cristiana viene fatta addirittura in nome di una parola oramai magica: l’amore. Come dimostra una lettera alla Stampa. 

Caro direttore,
Gesù ha ampiamente previsto che la Chiesa sarebbe stata criticata e perseguitata. Il capitolo 10 del Vangelo secondo Matteo è molto chiaro ed esplicito in proposito: “Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi….sarete condotti davanti ai governatori e ai re per causa mia….” Questi tempi dimostrano come ciò sia vero. In molte regioni del mondo la persecuzione è violenta e sta provocando più martiri che in qualsiasi altra epoca della storia, come ha sottolineato Papa Francesco. Non sempre l’attacco alla Chiesa è caratterizzato dalla violenza: soprattutto in Occidente, l’azione anticristiana si manifesta in vari modi, talora molto sofisticati e apparentemente non violenti, attraverso la gestione della comunicazione, della cultura, dell’azione politica e legislativa. Spesso, la critica all’esperienza cristiana viene fatta addirittura in nome di una parola oramai magica: l’amore.

Ti faccio un esempio. Domenica, ho letto su La Stampa di Torino la rubrica “lettere e idee”. La “risposta del cuore” curata da Maria Corbi è molto significativa in proposito. Essa pubblica la lettera di un ignoto “prete innamorato”, il quale racconta del suo innamoramento, a quanto pare corrisposto, per una bella donna che presta attività di volontariato nella parrocchia a favore dei senza tetto. Il sacerdote confessa il suo disagio, perché vorrebbe essere fedele alla promessa fatta alla Chiesa, ma nel contempo non vorrebbe lasciare quella donna.

La redattrice della rubrica approfitta della risposta data al “prete innamorato” per riformulare un pesante attacco alla Chiesa Cattolica, Essa scrive, a proposito del celibato dei sacerdoti, che si tratta  di “una regola millenaria che oggi non solo non ha più senso di esistere ma è spesso causa del male” e aggiunge che “non ha senso una Chiesa che chiede ai suoi ministri un sacrificio tanto inutile quanto dannoso”. Poi, la Corbi banalizza la risposta con queste parole: “Perché non ti liberi da un voto in cui non credi più e dall’ipocrisia? Certo è più facile che aspettare che la Chiesa cambi. Puoi aiutare gli altri in tanti modi, attraverso associazioni, organizzazioni non governative, centri di accoglienza”. E finisce la risposta invitando il sacerdote a lasciare il suo ministero, perché l’importante è la parola “amore” scritta nei cioccolatini. Sic!

Caro direttore, a parte la solite banalità ripetute nella risposta che ho citato, colpisce il fatto che si approfitta di una delicata situazione personale per criticare la Chiesa con una modalità che ne mette in gioco la complessiva consistenza. Infatti La Stampa configura la Chiesa come una qualsiasi associazione di beneficenza e non come la misteriosa presenza che continua nella storia quella di Cristo stesso, Senza questa comprensione globale della Chiesa non si può neppure comprendere il fenomeno per il quale centinaia di migliaia di donne e di uomini cattolici decidono con gioia di dedicarsi totalmente al Signore, per amarlo personalmente e servirlo nelle varie circostanze della vita. La castità fa parte del centuplo promesso da Gesù e non è un di meno. Ma tutto ciò lo si può capire e difendere se si comprende la dimensione verticale dell’esperienza religiosa che implica un rapporto personale con Dio, che non si esaurisce solo nell’aiutare “gli altri”.

La Chiesa detta le grandi regole perché pensa in grande e non perché legge le banalità scritte su certi cioccolatini.

Ne approfitto per porre una domanda fraterna al “prete innamorato”: perché invece che scrivere a La Stampa laica, anzi laicista, non parla del suo problema con il suo Vescovo? Troverebbe senza dubbio ragioni più serie, utili per superare il momento di prova.