• “NUCCIA” TOLOMEO

La venerabile che offrendo il dolore generò Amore

Riconosciute le virtù eroiche della calabrese Gaetana Tolomeo, detta Nuccia (1936-1997), che fu costretta a passare a letto gran parte dei suoi 61 anni di vita, ma trovò la forza e la gioia unendo le sue sofferenze a quelle di Gesù crocifisso e offrendo se stessa per la salvezza delle anime. «Se non brucio d’amore, molti morranno di freddo», diceva. Adornata del dono della Sapienza, molti la cercavano per consigli spirituali e, nei suoi ultimi anni di vita, Radio Maria ne trasmise i messaggi.

Può una persona costretta all’immobilità per gran parte dei suoi giorni terreni, totalmente dipendente dall’aiuto altrui, cantare la gioia del dono della vita e divenire lei stessa sorgente d’amore e aiuto per un gran numero di anime? La cultura efficientista che oggi va per la maggiore, sfociante nell’aborto e nell’eutanasia degli “imperfetti” (siano essi disabili o semplici depressi, bambini o anziani), neanche si pone la domanda. La vita, a volte sconosciuta, di una schiera enorme di uomini e donne che hanno unito i propri dolori a quelli di Gesù crocifisso ci dice invece che sì, tutto questo è possibile, ricordandoci che dalla Croce passa la nostra Resurrezione.

A questa schiera di risorti appartiene Gaetana Tolomeo, detta Nuccia (1936-1997), per la quale papa Francesco, il 6 aprile, ha autorizzato la Congregazione delle cause dei Santi a promulgare il decreto che ne riconosce l’eroicità delle virtù, facendo dunque di lei una Venerabile.

Nuccia è stata amata, come ognuno di noi, dall’eternità e si può dire che la sua vocazione a imitare Cristo sofferente fosse già iscritta nel suo giorno di nascita. Nativa di Catanzaro, venne infatti al mondo il 10 aprile 1936, di Venerdì Santo, «giorno certamente profetico delle mie sofferenze», come dirà lei stessa. La mamma di Nuccia, si legge nella biografia scritta dalla cugina Ida Chiefari, «era una casalinga, cristiana, piena di fede, buona, paziente», che «si dedicò con amore e dedizione alle cure della figlia». Il padre, titolare di un’impresa di autotrasporti, non riusciva invece ad accettare la malattia della sua Nuccia, e reagiva ubriacandosi, bestemmiando, dilapidando i suoi beni con altre donne e divenendo violento con la moglie.

Piccolissima, già all’età dei primi passi Nuccia riusciva a stento a stare in piedi, per via di problemi neurologici e muscolari. Crebbe però altruista e allegra, con un grande senso dell’ironia, amava cantare, ricamare, giocare con le cugine e pregare con loro, osservare la bellezza del creato, leggere la Bibbia e altri libri spirituali. «I libri che leggeva - racconta ancora la cugina Ida - l’aiutavano a crescere, a maturare e il suo cuore si riempiva dell’amore di Dio: arricchivano il suo spirito e le rapivano il cuore…». Poté frequentare solo fino alla quarta elementare, ma come testimonierà pure la sua compagna di banco aveva «un’intelligenza eccezionale» e, malgrado il suo disagio fisico, «dai suoi occhi non trapelava mai alcun risentimento o la benché minima punta d’invidia, ma sorrideva e gioiva con noi».

Nella sua maturazione spirituale fu decisivo il Rosario, che pregava e faceva pregare, accesa com’era di amore per la Madonna, «la nostra Mamma celeste», «la via sicura per arrivare a Gesù». A Gesù e Maria offriva continuamente fioretti perché, come si legge nella raccolta dei suoi messaggi, pieni di consapevolezza sulla realtà della battaglia escatologica, «molto dipende dalle nostre preghiere, dalle nostre rinunce, dalle nostre offerte quotidiane! Dobbiamo aiutare la Madonna a distruggere il progetto di satana, che vuole trascinarci sul cammino del peccato e della morte. Preghiamo incessantemente, recitiamo il santo Rosario tanto caro alla Madonna». Una tappa preziosa era stato un viaggio a Lourdes fatto verso i 15-18 anni. «Mi immersi con fede in quell’acqua benedetta e pregai, non solo per me, per tutte quelle misere creature che erano lì per lo stesso scopo. Al passaggio di Gesù Eucaristia mi offrii vittima e pregai per la conversione dei peccatori». A dispetto della febbre a 40, tornò a casa «con una nuova forza: soffrivo con più amore, con più rassegnazione».

La lotta per salire il suo personale Calvario non fu semplice e si accompagnò ad altri fatti dolorosi oltre a quelli già accennati, come la morte nella sua infanzia dei fratellini Giacinto e Giuliano. O ancora il moto di rifiuto della croce che ebbe a 18 anni, nell’agosto 1954, conseguente a un innamoramento: «Non avevo mai avuto un pensiero d’invidia o di rivolta. Ma ora… da quando incontrai lo sguardo di due occhi neri, qualche cosa si è destata in me impetuosa, prepotente. Ora sento per la vita, per la giovinezza, per la gioia, per l’amore un trasporto voluttuoso: sento pesare su di me la condanna di un male che mi inchioda su una sedia, dove devo consumarmi e sfiorire come una rosa i cui petali non sono riscaldati dai raggi solari […]». Dopo aver descritto le lacrime e i singhiozzi per la «sete di gioia e di vita» che in quel frangente vedeva insoddisfatta, Nuccia - proseguendo la scrittura su quello stesso foglio in cui aveva messo nero su bianco il suo senso d’impotenza - farà un altro libero atto di offerta: «Prendi la mia vita, o Signore, dammi tutti i dolori, tutte le pene, ma salva l’anima del mio….., di…… e di mio padre. Io li amo, voglio continuare ad amarli per l’eternità, non voglio che loro siano divisi da me, il loro cuore è buono e tu, o Signore, illuminerai le loro menti. Ti offro la mia vita per loro».

Attraverso questo abbandono fiducioso nelle mani di Dio, Nuccia venne fortificata e riempita sempre più del dono della Sapienza. «Bisogna prendere coscienza dei nostri limiti, della nostra povertà, della nostra dipendenza dagli altri», ma «non siamo degli sconfitti» perché «siamo discepoli di Cristo. Se ha permesso che io soffra così, è perché Lui ci vede un bene che io non conosco in tutta la sua profondità». Per questo, «soprattutto dico: Signore, sia fatta la tua volontà. E non mi sento mai sola. Molti sono gli amici, che mi vengono a trovare, ma soprattutto, Lui, il Cristo, è con me, soffre con me, è nella mia carne martoriata». Nuccia divenne consigliera spirituale di laici e religiosi e si offrì in particolare come vittima per la santificazione dei sacerdoti. A uno di loro, in crisi vocazionale, scrisse di andare «a Gesù, piangete ai suoi piedi; le vostre lacrime sembreranno perle, sembreranno rugiada che cade nel deserto del mondo e lo fa rifiorire». Negli anni Settanta, tra gli ospiti di casa sua vi fu anche Natuzza Evolo, con cui poi si sentì spesso al telefono.

Dal suo letto sapeva bene che nel mondo andava diffondendosi una cultura contraria alla vita e sapeva degli sforzi fatti da un santo dei nostri giorni per riaffermare la verità: «La maggior parte degli uomini sembra diventata sorda alla voce di Dio, che oggi passa attraverso le labbra di Giovanni Paolo II. Egli tuona, come il Battista, contro ogni cultura di morte». Dal ’90 ebbe come suo assistente spirituale il cappuccino Pasquale Pitari, che poi diverrà il vicepostulatore della sua causa e ne scriverà un ritratto biografico, e quattro anni più tardi avvenne l’incontro con Federico Quaglini, un conduttore di Radio Maria, emittente attraverso cui i messaggi di Nuccia - rivolti a carcerati, giovani, famiglie in crisi e qualunque tipo di persona bisognosa di conforto - raggiunsero un numero enorme di persone, inducendo molti a scriverle per riceverne il consiglio. Scrive la cugina Ida: «L’ansia evangelizzatrice di Nuccia era aumentata, era diventata ancora più forte, perché capiva che il Signore la usava come strumento per conquistare tanti fratelli a Cristo: Se non brucio d’amore, molti morranno di freddo!, soleva dire».

Aveva quasi 61 anni quando, il 24 gennaio 1997, andò a incontrare il suo eterno Sposo. Ma aveva fatto in tempo, nell’autunno di due anni prima, a scrivere il suo Testamento Spirituale per dire: «… Grazie, Gesù, per aver trasformato il mio pianto in letizia, per esserti costituito mio buon cireneo, mio sposo e maestro, mio consolatore. Grazie per aver fatto di me il tuo corpo, la tua dimora, l’oggetto prezioso del tuo amore compassionevole, delle cure e dell’attenzione di tanti fratelli. Grazie di tutto, Padre buono e misericordioso! Ti lodo, ti benedico e ti ringrazio per ogni gesto d’amore ricevuto, ma soprattutto per ogni privazione sofferta. Voglio ringraziarti in modo particolare per il dono dell’immobilità, che è stato per me una vera scuola di abbandono, di umiltà, di pazienza e di gratitudine, ed è stato per gli amici del mio Getsemani esercizio di carità e di ogni altra virtù…». Amore genera amore.