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L'Università di Trento si schiera: vuole i corsi gender a scuola

Stefania Segnana, assessore leghista di Trento, aveva sospeso 83 "percorsi formativi" destinati a studenti, insegnanti e genitori,per la loro natura ideologica, gender, anti-famiglia. Dopo lo scontro alla sede della Provincia, anche i docenti dell'Università di Trento stanno sottoscrivendo l'appello "Per una cultura del pluralismo" per reintrodurli.

Gender

Non si placa, in Trentino, l’intenso dibattito attorno al tema, per dirla semplicisticamente, dell’ideologia gender. Infatti, dopo i violenti scontri di un paio di settimane fa verificatisi durante il convegno Donne e uomini: solo stereotipi di genere o bellezza della differenza?, dei quali La Nuova BQ ha dato evidenza, a tenere banco è ora la notizia che 285 accademici dell’Università di Trento – il dato è aggiornato al 2 aprile ma, con ogni probabilità, è destinato ad aumentare – hanno sottoscritto il comunicato Per una cultura del pluralismo, volto, scrivono, «a ribadire il nostro impegno professionale ed etico a “promuovere una cultura basata sul rispetto del pluralismo e sulla tolleranza” (art. 7 del Codice etico dell’Università di Trento)».

Prima di soffermarci a presentare brevemente il testo in questione, occorre fare un passo indietro che permetta di contestualizzare meglio questa notizia. Tutto ha infatti origine con una circolare del 28 dicembre 2018, con la quale l’Assessore alla salute, alle politiche sociali, alla disabilità e alla famiglia Stefania Segnana ha varato la sospensione di 83 “percorsi formativi” per studenti, genitori e insegnanti sull’“educazione alla relazione di genere”, che negli anni scolastici precedenti erano state tenuti in diversi istituti locali, peraltro a spese della collettività. Alla base del provvedimento, spiegava l’esponente della Lega, la volontà di «verificare la piena coerenza dei contenuti educativi dei percorsi con le aspettative delle famiglie rispetto ai valori che la nuova Giunta intende perseguire». Il che, in sintesi, significa ribadire che il primato educativo spetta alla famiglia.

Si è trattato di un puro scrupolo della neoeletta che non trova fondamento nella realtà? Non proprio, dal momento che sono note le preoccupazioni avanzate negli anni passati da diversi genitori trentini, così come l’insoddisfazione manifestata dagli studenti, ma anche l’impostazione “dubbia” dei corsi in questione, come si evince da un passaggio del resoconto per il 2016/2017, nel quale si legge: «La cultura tradizionale di tipo patriarcale […] è una cultura che si fonda su una asimmetria di potere tra uomini e donne che legittima disuguaglianze e discriminazioni, una fra tutte la violenza di genere».

Inutile sottolineare che la coraggiosa decisione è costata alla Segnana una pioggia di critiche che, evidentemente, non si è ancora placata. Ed eccoci quindi al comunicato Per una cultura del pluralismo, che si apre con la constatazione che «negli ultimi mesi, in Trentino e a livello nazionale, trovano sempre più spazio le voci di chi espone in termini perentori le proprie credenze e opinioni come principi immutabili e universali. In particolare», proseguono, «per quanto concerne la questione di genere e la relazione fra donne e uomini, individuo e collettività, registriamo il diffondersi di teorie fondate su argomentazioni pseudoscientifiche che, nel momento in cui si traducono in agire politico, norma sociale o dispositivo legislativo, hanno effetti limitanti e negativi sulla vita delle singole persone e sulla convivenza civile». Quindi, i membri della comunità accademica dell'Università di Trento fanno riferimento al fatto che questo indirizzo «può solo generare arretramenti conoscitivi e applicazioni pericolose» e arrivano infine – nel nome del «rispetto per la dignità della persona, competenza e responsabilità e la promozione del dialogo e del pluralismo di idee» – a «reagire di fronte all’immotivata cancellazione, da parte del governo della Provincia autonoma di Trento, di buone pratiche educative mirate a diffondere la cultura del rispetto e delle pari opportunità, e di fronte al rifiuto autoritario di confrontarsi sul piano del dibattito pubblico democratico».

Affermazioni che, alla luce di quanto fin qui illustrato, si smentiscono da sole ma che rivelano ancora una volta come il fatto di aderire a quella che San Tommaso ebbe a definire la «luce dell'intelligenza infusa in noi da Dio», ossia alla legge naturale che è iscritta nell’animo di tutti gli uomini, sia oggi un atto sempre più in coraggiosa controtendenza.