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L’utero in affitto? Per il candidato gay è normale

Nicholas Anesa, candidato sindaco dei 5 Stelle a Bergamo e convivente con il suo compagno gay, ammette di aver fatto ricorso in California alla pratica dell’utero in affitto (illegale in Italia), da cui è nata una bambina. E la mamma? Dopo le domande sollevate dalla Nuova BQ, Anesa spiega con nonchalance al Corriere che la bambina «ha le fotografie delle mamme nella sua cameretta». Ah…

Due mesi fa erano solo ombre, interrogativi, domande, sebbene gli indizi portassero in un’unica direzione. Poi è arrivata l’ammissione - obtorto collo dopo il nostro articolo? - del diretto interessato: il candidato sindaco del Movimento Cinque Stelle di Bergamo, Nicholas Anesa, colui che sfiderà il prossimo 26 maggio l’uscente piddino Giorgio Gori e il leghista Giacomo Stucchi ha una figlia ottenuta con una pratica che in Italia è illegale, quella dell’utero in affitto.

La Nuova Bussola lo aveva intuito dalle informazioni pubblicate sui social network da Anesa stesso e dal suo convivente, lo chef vegano Stefano Broccoli. Un mese dopo è lo stesso candidato alla poltrona di primo cittadino ad ammetterlo al Corriere, in un’intervista pubblicata il 18 marzo: «Un sito ha sollevato un sacco di dubbi, scrivendo che non c’è traccia della mamma della mia bambina. Bastava che mi chiamassero, gli avrei spiegato come sono andate le cose. C’è una mamma donatrice e c’è una mamma portatrice. Così è previsto dalle norme. Le donne - dice Anesa - sono sempre due in questi casi e noi siamo in contatto con entrambe, sono americane. La nostra bambina ha le fotografie delle mamme nella sua camerettaSentiamo spesso soprattutto la mamma portatrice, che ha mandato anche il regalo di compleanno alla bambina. Noi le abbiamo inviato dei fiori per la festa della mamma. Non c’è alcun segreto, il gesto di queste donne è di profondo amore nei confronti della vita. Spero che la mia candidatura serva anche a diffondere questo messaggio».

Dunque, Anesa smentisce per la prima volta quello che aveva affermato in una precedente intervista con il Corriere, ovvero che lui e il suo convivente «hanno una bambina»; d’altra parte non potrebbe essere diversamente, perché la biologia non lascia spazio a una seconda opzione: nessuno ha due papà, anche se Anesa sui social continua a scrivere il contrario, accompagnando le sue foto su Instagram con gli hashtag #twodads #duepapà #twodadsarebetterthanone, eccetera. Il trentaduenne di Vertova (Bg), infatti, parla di «mamma donatrice» e «mamma portatrice», «entrambe americane». In California, dov’è nata la bambina, la pratica dell’utero in affitto è  legale e normata da contratti redatti da agenzie specializzate che dettagliano ogni aspetto del concepimento del bambino, dalla selezione delle donne coinvolte in questa pratica ai rapporti con i cosiddetti «genitori intenzionali», fino agli aspetti legali e burocratici.

Per avere solo un piccolo assaggio di che cosa significhi questa pratica basta masticare un poco di inglese e googlare, cercando appunto i siti delle agenzie specializzate. Sono tutte molto simili, come è immaginabile: ne prendiamo una a caso, la californiana Find the Surrogate, di Danville, che sul suo sito si rivolge alla potenziale surrogata, ovvero la donna che è disposta a farsi impiantare in grembo un embrione (concepito con l’ovulo di un’altra donna, e con il seme di uno dei cosiddetti «genitori di intenzione») e a portare avanti la gravidanza per conto terzi: «Il nostro pacchetto retributivo è tra i più alti negli Stati Uniti. Per la tua prima volta da surrogate riceverai un compenso base che varia dai 35.000 ai 50.000 dollari». La variazione è dovuta a diversi fattori, il primo dei quali è la disponibilità a una gravidanza multipla, ovvero a farsi impiantare più embrioni: in questo caso il «pacchetto totale» va dai «50.000 agli 80.000 dollari», pagati - si mette nero su bianco - «in dieci tranche dal momento in cui si sente il battito cardiaco del piccolo».

A questi si aggiungono i cosiddetti bonus: fino a 1.000 dollari in più per il rimborso relativo a mancato salario o soldi spesi per la pulizia della casa dopo il trasferimento degli embrioni; 300-350 dollari in più al mese per la copertura assicurativa che comprende spese di viaggio, telefonate, fax, baby sitter, medicinali non prescritti, 800 dollari per coprire eventuale necessità di abiti premaman, 300 dollari a settimana più supplemento per la fornitura del latte materno, dagli 800 ai 2.500 dollari se il ciclo viene annullato. E poi ancora 5.000 dollari in più sono previsti per il «dolore, le sofferenze e gli inconvenienti del parto cesareo», 200 euro al mese è il rimborso previsto per le spese di «salute mentale», quindi eventuale necessità di supporto psicologico o psichiatrico (ma come, fare la surrogata potrebbe significare avere dei problemi legati alla salute mentale?). Poi sono previsti 3.000 dollari di ricompensa in caso di «perdita di capacità riproduttiva», legata al rischio di una «completa isterectomia o perdita dell’uso delle tube o delle ovaie»: esatto, c’è anche questo rischio, ed è così concreto che lo si mette a budget nel contratto.

Tutto è specificato nei minimi dettagli. E se questo riguarda la cosiddetta mamma portatrice si può fare facilmente la stessa operazione con la cosiddetta mamma donatrice, sempre andando a spulciare le decine di agenzie specializzate. Si può così facilmente scoprire che in realtà non “dona” proprio nulla, ma vende i suoi stessi ovuli per compensi che vanno dagli otto ai dodici mila dollari, con rischi annessi e connessi per la propria salute fisica e psichica. Tutto questo appare decisamente lontano dalle parole di Anesa quando, riferendosi alla pratica dell’utero in affitto, la liquida spiegando che «il gesto di queste donne è di profondo amore nei confronti della vita».

Ma quanto avranno pagato, lui e il convivente, per “avere” questa bambina? È giusto pagare per avere un figlio soltanto perché è naturalmente impossibile? È accettabile che si vada negli Stati Uniti perché l’utero in affitto è legale e lo si presenti come una pratica normale? Non è apologia di reato? E se il primo contatto con le agenzie specializzate avviene nel nostro Paese, dove comincia, de facto, il reato?

Significativo che nel 2016, durante un dibattito in occasione dell’approvazione della legge Cirinnà, Beppe Grillo, anima del partito di Anesa, aveva dichiarato «C’è qualcosa del concetto di utero in affitto che mi spaventa. E non ha nulla a che fare con l’omosessualità oppure l’eterosessualità; mi spaventa la logica del “lo facciamo perché è possibile”». Gli aveva fatto eco a stretto giro Luigi Di Maio che aveva dichiarato: «La battaglia contro l’utero in affitto è sacrosanta, non possiamo pensare di aprire il supermarket dei bambini con un codice a barre su un bambino. Il bambino non può diventare una merce. Il supermarket dei bambini va chiuso perché è un business».

Eh già, il bambino non può diventare una merce e, se proprio di diritti vogliamo parlare, il bambino ha diritto alla verità e la verità è che non ha due papà. Restano molti interrogativi sul tavolo. Che cosa accadrà a questa bimba quando, da grande, chiederà perché è stata deliberatamente privata della mamma? Si accontenterà di aver avuto «le fotografie delle mamme nella sua cameretta» o soffrirà terribilmente per questa mancanza? Che cosa intende Anesa quando afferma «spero che la mia candidatura serva anche a diffondere questo messaggio»? Che se venisse eletto potrebbe procedere - come hanno fatto già diversi sindaci pentastellati - a trascrivere i certificati di nascita di questi bimbi nati all’estero compiendo un falso burocratico e scientifico, e mettendo nero su bianco che la bambina è figlia di due uomini? E se una cosa è sbagliata, ingiusta e iniqua, non lo è anche se compiuta all’estero? Ma, soprattutto, se una persona non è sincera mentre parla della propria figlia, quanto potrà essere sincero - e quindi credibile - come primo cittadino?