• IL CARDINALE COUTTS

«Pakistan, il fanatismo islamico inizia a scuola»

«I pachistani sono tutti musulmani»: è quanto è scritto nei libri di testo scolastici in Pakistan ed è l'educazione che perpetua la discriminaziona nei confronti delle minoranze religiose e impedisce, ad esempio, di modificare la legge anti-blasfemia e di proteggere i cristiani. Lo ha denunciato, in una conferenza a Milano, l'arcivescovo di Karachi, cardinale Joseph Coutts, che ha raccontato anche dei vani tentativi dei vescovi di ottenere dal governo la correzione dei testi scolastici. E ha inoltre evidenziato le sofferenze della comunità cristiana legate alla legge anti-blasfemia e al fenomeno delle ragazze rapite e convertite forzatamente all'islam.

Il cardinale Coutts

«I pachistani sono tutti musulmani». Si tratta di una frase tutt’altro che innocua scritta nei libri di testo delle scuole pubbliche del Pakistan. Sì perché nella Repubblica islamica, circa il 5% della popolazione è composto da non musulmani e frasi simili non fanno che perpetuare nelle nuove generazioni una mentalità discriminatoria nei confronti dei non musulmani. E non parliamo soltanto di testi di religione, ma anche di semplici sussidi per le lezioni di lingua inglese, in cui non mangano frasi denigratorie rivolte ai cristiani.

Lo ha denunciato il cardinale Joseph Coutts, arcivescovo di Karachi e già presidente della conferenza episcopale pachistana, in un incontro svoltosi venerdì e organizzato da Aiuto alla Chiesa che Soffre assieme all’Arcidiocesi di Milano e all’Università Cattolica, presso l’ateneo milanese.

Il porporato ha messo in evidenza quanto i libri di testo contribuiscano a formare e portare avanti quella «mentalità fanatica» che comporta una percezione negativa dei cristiani e delle minoranze religiose nella società. «Nella mente di ogni musulmano c’è l’idea di dhimmi. Questo è un termine islamico usato per definire i non-musulmani che vivono in uno stato islamico. Secondo questo concetto un dhimmi non è pari ad un musulmano, sia a livello politico che sociale».

Per questo la Chiesa ha più volte chiesto al governo delle modifiche ai libri di testo, sui quali ha effettuato studi approfonditi, riportando passaggi critici e frasi offensive ai danni delle minoranze. Il cardinal Coutts ha inoltre spiegato come la mentalità fanatica che tali testi impediscono di cambiare, sia in parte responsabile dell’impossibilità di modificare la famosa legge anti-blasfemia e di prevenire le inaudite violenze che questa contribuisce ad innescare, soprattutto ai danni dei cristiani e delle altre minoranze. «Perché quando l’accusato è cristiano – ha affermato il porporato - la rabbia dei fanatici si riversa contro l’intera comunità cristiana. Parecchie persone sono state picchiate a morte o uccise in altri modi dalle folle prima che potessero provare la loro innocenza, o che la legge venisse applicata. Anche se un tribunale dichiara una persona innocente dopo un processo, l’accusatore cercherà di ucciderlo».

Secondo la Commissione Nazionale Giustizia e Pace – organismo della Conferenza episcopale pachistana – sono 25 i cristiani attualmente in carcere per blasfemia. È interessante notare come dei 1534 casi registrati dal 1987 a fine 2017 soltanto 774 abbiano visto come accusato un musulmano, vale a dire appena il 50,4% in un Paese in cui i cittadini di fede islamica sono circa il 96%. I cristiani accusati nello stesso lasso di tempo sono stati 220, quindi quasi il 15% per una comunità che rappresenta soltanto il 2% della popolazione. E purtroppo negli ultimi anni la percentuale dei cristiani accusati è aumentata drasticamente. Nel 2017 sono stati 6 su 19, ovvero circa il 30%.

«Ma non è solamente la legge anti-blasfemia ad essere causa di sofferenze per noi cristiani», ha continuato Coutts, ricordando le discriminazioni quotidiane subite, «specialmente quando si tratta di trovare lavoro oppure ottenere promozioni», e soprattutto il pericolo costante di attacchi estremisti ai danni delle chiese e della comunità cristiana.

«Per combattere contro il comunismo dopo che l’esercito dell’Unione Sovietica entrò in Afghanistan nel 1979, molti giovani musulmani furono addestrati per combattere la jihad contro i kefir infedeli che avevano occupato la loro terra», ha spiegato l’arcivescovo di Karachi illustrando un fattore chiave della persecuzione anticristiana in Pakistan, ovvero l’identificazione tra cristiani e Occidente. L’islam wahabita si è sempre più diffuso negli ultimi decenni grazie al decisivo contributo dell’Arabia Saudita dove ancora oggi studiano molti imam pachistani, i quali tornano nel loro Paese per predicare perfino contro la democrazia, che è vista come concetto occidentale.

«Portando ad esempio le guerre in Afghanistan e in Iraq, questi imam fanatici contribuiscono a diffondere l’idea che i cristiani (cioè l’Occidente) stiano compiendo nuove crociate con lo scopo di dominare e umiliare i musulmani del mondo. Di conseguenza, per loro i cristiani in Pakistan sono agenti dell’Occidente cristiano e quindi nemici dell’islam».

Altamente indicativo in tal senso è stato l’attacco, nel settembre 2013, alla chiesa di Ognissanti di Peshawar, in cui più di 100 cristiani sono stati uccisi da due attentatori suicidi. Il messaggio in cui l’attentato veniva rivendicato diceva infatti: «Dite agli Stati Uniti di cessare gli attacchi di droni oppure noi attaccheremo altre chiese in Pakistan».

Dopo Peshawar altri attacchi terroristici hanno colpito la comunità cristiana. A Lahore nel 2015 e poi ancora nel 2016 e a Quetta, nel dicembre 2017. «Purtroppo in questi anni diverse chiese sono state colpite e per questo la domenica e nei giorni festivi la polizia sorveglia i nostri luoghi di culto. Lo Stato ci offre protezione, ma quello del terrorismo è per noi un pericolo costante e non sappiamo dove e quando i terroristi colpiranno ancora».

Un altro dramma messo in luce dal cardinal Coutts, riguarda il rapimento e la conversione forzata all’Islam di tante ragazze indù e cristiane. Secondo le ong locali si tratterebbe almeno di mille nuovi casi ogni anno di ragazze rapite stuprate, costrette a convertirsi e poi a sposare il proprio stupratore. Diversi casi si sono registrati proprio nelle ultime settimane, come quello della tredicenne cristiana Sadaf rapita nel febbraio scorso in Punjab, e quello delle giovani indù Raveena e Reena, 13 e 15 anni, sequestrate nella provincia del Sindh.

Molte le proteste in questi giorni, durante le quali sono stati chiesti al governo provvedimenti legali in materia. «In questi casi è molto difficile fare qualcosa contro gli aggressori – ha spiegato infatti Coutts -. Quando la famiglia della giovane denuncia il rapimento alla polizia, la ragazza viene convocata davanti a un giudice. Ma il suo rapitore dichiara che la giovane si è convertita spontaneamente e la costringe, con la minaccia di far del male alla sua famiglia, a dichiarare al giudice di essersi convertita e sposata per sua volontà».