• IL BELLO DELLA LITURGIA

San Paolo, Michelangelo si interroga sulla conversione

Nella Cappella Paolina, fino al 1670, si raccoglievano i voti dei cardinali elettori. Michelangelo è l'autore dell'affresco della conversione di Saulo. E sembra qui interrogarsi sul mistero teologico della salvezza offerta a un’umanità immeritevole, intrisa di peccato. Paolo è disarcionato, non solo dal cavallo, ma dal suo orgoglio.

Michelangelo, Conversione di San Paolo (dettaglio)

In quei giorni, Paolo disse al popolo…

Mentre ero in viaggio e mi stavo avvicinando a Damasco, verso mezzogiorno, all’improvviso una grande luce dal cielo sfolgorò attorno a me; caddi a terra e sentii una voce che mi diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Dagli Atti degli Apostoli

E’ detta “parva” in contrapposizione alla “magna”, ovvero la Sistina, da cui dista solo pochi metri. E’ la Cappella Paolina voluta, in onore del suo santo patrono, da Paolo III, il papa Farnese, e da lui affidata alla maestria architettonica di Antonio da Sangallo il Giovane che concluse i lavori nel 1540. Era la Cappella del Santissimo Sacramento, fino al 1670 utilizzata durante il conclave per raccogliere i voti dei cardinali elettori.

A differenza della sorella maggiore, questa cappella è ancora un luogo privato, uno dei più intimi del Palazzo Apostolico. Dopo il canto del Te Deum è qui che il pontefice neo eletto si raccoglie in preghiera prima di affacciarsi alla loggia delle benedizioni.  Alla luce della funzione che questo ambiente ricoprì nel passato e svolge oggi, la decorazione pittorica acquisisce, allora, un potente significato.

Sulle sue pareti, infatti, attraverso la pluralità degli stili dei diversi autori che si sono succeduti in questo compito, si raccontano le storie dei principi degli Apostoli, Pietro e Paolo, che hanno lo scopo di rappresentare e ribadire, in forme e colori, la missione della Chiesa universale di cui entrambi sono pietre miliari. Ci soffermiamo sulla porzione michelangiolesca e, in particolare, sull’affresco della conversione di Saulo di cui il 25 gennaio ricorre la festa liturgica.

Siamo sulla via di Damasco e lo intuiamo dalla veduta in lontananza del profilo della città, le cui cupole, edicole e torri sembrano richiamare i progetti architettonici e urbanistici su cui il maestro, nonostante l’età ormai avanzata, stava allora lavorando. E’ un lieve accenno, però: il paesaggio è, nell’insieme, quasi astratto e privo di ulteriori indicazioni topografiche che distrarrebbero la nostra attenzione dall’evento in corso.

 

In compenso lo spazio è costruito e animato dalla folla di angeli nudi che attorniano Gesù nel registro superiore e dalle figure plastiche di uomini, dalle posture contorte e disarticolate, distribuite sul terreno. Un fascio di luce è l’elemento di congiunzione: un raggio parte dal corpo di Cristo che quasi precipita sul Suo persecutore. Il passaggio da Saulo a Paolo è un momento, dunque, di estrema e potente tensione nella visione di Michelangelo che sembra qui interrogarsi sul mistero teologico della salvezza offerta a un’umanità immeritevole, intrisa di peccato.

Ecco anche spiegata, allora, la presenza del cavallo di cui non parlano gli Atti degli Apostoli e che è invece familiare all’iconografia di questo episodio. Paolo è disarcionato, non solo dall’animale ma anche dalla sua presunzione, dal suo orgoglio, dalla sua illusoria forza morale. E’ costretto ad accettare che non possono nulla, lui e la sua gente, senza l’amore di Dio. Nella drammaticità della scena il volto del neo apostolo è trasfigurato, illuminato dalla luce divina che gli permette, finalmente, di “vedere”.  E’ il prodigio della grazia di Cristo che accade, nonostante il turbinoso vortice delle circostanze che capitano attorno a noi.