• INTERVISTA/RONZA

Va bene la Via della Seta. Ma non come la vuole Pechino

La Via della Seta sta tornando e suscita polemiche molto aspre. Il premier Giuseppe Conte ha annunciato l’adesione dell’Italia alla Belt and Road Initiative, la base per l’ampliamento della nuova Via della Seta. La scelta ha provocato molte critiche. Ne parliamo con Robi Ronza, che già nel 1984 scriveva La nuova via della seta.

Le rotte principali della nuova Via della Seta

La Via della Seta sta tornando e suscita polemiche politiche molto aspre. In modo ancora informale, il premier Giuseppe Conte ha annunciato l’adesione dell’Italia alla Belt and Road Initiative (BRI), la base per l’ampliamento della nuova Via della Seta, che dovrebbe aumentare i collegamenti commerciali, per terra e per mare, fra la Cina e l’Europa.

L’Italia sarebbe il primo paese del G7 ad aderire. E questo solleva molte perplessità negli alleati statunitensi, che temono che l’Italia diventi la porta attraverso cui la Cina possa entrare in Europa da potenza rivale. E nei partner europei, che in questo periodo stanno alzando la guardia nei confronti di Pechino. Per Robi Ronza, giornalista, scrittore ed esperto di affari internazionali che auspicava una nuova Via della Seta in tempi non sospetti (è autore de La nuova via della seta, Jaca Book, 1984), la sua riapertura è, in sé, un bene. Ma «non come ce la sta proponendo la Cina». La Nuova Bussola Quotidiana lo ha contattato telefonicamente, per un approfondimento.

Qual è l’importanza della nuova Via della Seta?
La riapertura della Via della Seta è senza dubbio una svolta di importanza epocale: chiude un’epoca iniziata nel XV Secolo, quando Spagna e Portogallo, anche sul traino della scoperta dell’America, riuscirono con successo a spostare i grandi itinerari commerciali a lunga distanza dalla terra ferma agli oceani.

Eppure l’adesione dell’Italia (per ora solo annunciata) alla BRI, sta sollevando molte polemiche in Europa…
Quel che stanno proponendo a noi, è un asse complementare della nuova Via della Seta. L’asse principale, terrestre, ferroviario, collega Chongqing (Cina) a Duisburg (Germania). Anche la storica via della seta non era una strada unica, ma un fascio di itinerari. Negli itinerari di quella dei giorni nostri, uno degli itinerari è quello trans-Mediterraneo che approda in Italia. Ma quello principale è quello che va in Germania. Dal 2014 treni merci transcontinentali percorrono regolarmente in circa 13 giorni gli 11.179 chilometri che separano Chongqing da Duisburg passando attraverso le province cinesi dello Yunnan e del Xinjiang, quindi la Russia, la Bielorussia, la Polonia e infine la Germania. D’altro canto tra i Paesi fondatori dell’Asian Infrastructures Investment Bank, promossa dalla Cina per finanziare la gigantesca operazione, ci sono tre Stati membri del G7: non solo l’Italia ma anche la Germania e la Francia. A questa banca il nostro Paese aderì nel luglio 2016 per decisione del governo Renzi. La Germania ha tutelato i suoi interessi nazionali, senza alcun clamore, accaparrandosi il terminale dell’itinerario principale. Ora che la Cina tratta anche con altri paesi, la Germania contesta chi subentra nel mercato. I motivi mi sembrano intuibili facilmente.

Cosa contesta, però, al progetto attuale?
Se avessimo proposto noi, noi europei, una nuova Via della Seta negli anni ’90, avremmo tenuto conto maggiormente dei nostri interessi strategici. Invece abbiamo lasciato che fosse la Cina a prendere l’iniziativa. La Cina, rispetto ai nostri interessi, ha impostato la nuova rotta commerciale troppo a Nord rispetto all’Europa mediterranea e soprattutto saltando l’India. Occorre anche tener conto della visione del mondo che ha Pechino: la Cina è al centro e tutti gli altri ruotano attorno. La pace e lo sviluppo si fa con tutti, anche con la Cina, ma bisogna tener conto che Pechino ha questo altissimo concetto di sé nei rapporti internazionali. Quindi la nostra, nei suoi confronti deve essere un’interlocuzione forte, non remissiva. E invece, allo stato attuale delle cose, mi sembra che ci stiamo accostando ai cinesi in modo remissivo, soprattutto per scarsa preparazione delle nostre classi politiche.

C’è il rischio di diventare prede della Cina?
Non dobbiamo aver paura della Cina, basti pensare che, pur con tutta la sua crescita, il Pil pro capite cinese non si avvicina neppure ai livelli dei paesi europei. Non dobbiamo temere la Cina, dunque, non dobbiamo neppure odiarla: dobbiamo cogliere questa occasione per sviluppare dei rapporti equilibrati. La Cina non vuole rapporti equilibrati, siamo noi che dobbiamo insistere e ottenerli. Resto fiducioso: anche se si dovesse riprodurre, con tutte le differenze del caso, l’equivalente contemporaneo del confronto fra le piccole polis greche e l’Impero Persiano, io continuo a pensare che le polis greche se la caveranno.

Anche gli Usa contestano la scelta italiana. In un tweet, il National Security Council scrive che l’Italia è «un’importante economia globale e una grande destinazione per gli investimenti. Sostenere la BRI legittima l’approccio predatorio della Cina e non porterà alcun beneficio agli italiani». Cosa ne pensa?
Sta a noi dimostrare che non è così. Certamente noi scontiamo il fatto di non avere una politica estera, perché una decisione di questo genere andava negoziata e concordata con gli alleati. Non si può adottarla così, dalla sera alla mattina. L’idea che l’adesione eventuale dell’Italia possa compromettere i segreti della Nato, comunque, sembra un po’ esagerata. Prima di tutto perché i segreti della Nato non circolano. I principali segreti militari sono conservati negli Usa, non sono condivisi fra tutti gli alleati. Il prodotto più avanzato non viene mai condiviso.

Parliamo dell’India, perché è importante che venga reinserita nelle nuove rotte con l’Oriente?
Ho sempre sostenuto che l’India debba diventare il nostro principale interlocutore in Asia. Per due ragioni, economiche e culturali. Noi avremmo tutto l’interesse a sviluppare rapporti con l’India, perché mostra prospettive molto più interessanti rispetto alla Cina. Non è in crisi demografica, contrariamente all’altro gigante asiatico, e ha puntato tutto sullo sviluppo di un mercato interno. Questi due fattori rendono l’India un sistema economico più solido e con un futuro molto più promettente rispetto a quello della Cina. Da un punto di vista culturale, l’India ha un sistema giuridico molto più simile al nostro, anche per i due secoli passati sotto la dominazione britannica. Si possono stipulare contratti molto più facilmente che con aziende cinesi. L’India è una democrazia, la più grande democrazia del mondo. La Cina, al contrario, è il regime autoritario più grande del mondo. Credo che si debba sempre preferire una democrazia a un regime autoritario. Queste sono le ragioni per cui è importante sviluppare rapporti con l’India, come Italia e a nome di tutta l’Europa.

A proposito di aziende cinesi: nessuna di esse è realmente indipendente dallo Stato. Quando si parla di libero scambio con la Cina, quanto è realmente mercato e quanto, invece, è un rapporto politico?
In Cina, tutto è politico. È un sistema in cui non esiste l’autonomia contrattuale, in cui la stessa personalità giuridica delle imprese è imperfetta. Quando tratti con un’azienda cinese, in realtà, stai trattando con lo Stato cinese. Se anche l’impresa è genuinamente privata, se lo Stato ne ha bisogno la può incamerare in ogni momento. E lo Stato può annullare ogni contratto fra privati. Non a caso, tante imprese si stanno trasferendo dalla Cina al Vietnam. Non sto dicendo, con questo, che dobbiamo chiudere le porte alla Cina. Dico solo che, se dobbiamo scegliere un grande partner asiatico, dovremmo scegliere l’India. Cosa che non si sta facendo.